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Ivano Dionigi - Il dio denaro

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Dall’antica Grecia a Platone, da Marx all’antico Testamento, da Omero a Petronio, Aristotele e Agostino per scoprire che il concetto di denaro inteso come Dio, non è affatto solo un’idea contemporanea.

Ne “Il dio denaro” edito da Rizzoli e a cura di Ivano Dionigi, sette tra professori, studiosi e manager contemporanei rileggono e interpretano alcuni scritti antichi per cercare di comprendere anche le ambiguità del presente in tema di pecunia.

Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, si chiede se il denaro possa essere considerato un mezzo o un fine. Scrive che come mezzo esiste fin dal VII secolo a.C. sotto forma di moneta che permette di abbattere le frontiere sociali e geografiche, “è una vittoria sulla distanza” (Simmel). Ma può divenire un fine, “un agente di accumulazione delle ricchezze” e allora è a questo punto che diviene fattore di divisione, “crea distanze tra gli esseri umani fino ad ingigantirle e a renderle incolmabili”. Rileggendo Marx, il filosofo Massimo Cacciari, conclude che “il denaro produce un illimitato desiderio che nessuno dei prodotti che incarna potrà mai soddisfare. Estrae dal valore che ognuno gli attribuisce, dalla pena che è costato prima desiderarlo, poi possederlo, e dalla soddisfazione che può venire dal consumarlo, dal farlo perire”.

Il filologo e saggista Luciano Canfora analizza il rapporto tra Cesare, il denaro, le sue conquiste e in particolare una serie di lettere aperte attribuite a Sallustio, contemporaneo e seguace di Cesare, che contengono un’utopia: abrogare la moneta. Il professore di Bari le definisce un falsario, quindi non scritte da Sallustio e evidenzia come nel tempo i diversi studiosi abbiano voluto dare un significato diverso alla parola “Usum” cioè abrogare (usum pecuniae demere = adrogare la moneta) traducendola in “l’utilità” oppure “il vantaggio”. Arriva a conclusione che comunque il consiglio di abrogazione è un utopia, perché lo scrivente “non ha delineato nessun piano, ma ha semplicemente suggerito a Cesare una sciocchezza: se vuoi moralità, abroga la moneta!”.

Il manager di Cir, Cofide e Piaggio, Franco Debenedetti elabora un interessante viaggio tra le definizioni di moneta, finanza, interessi, sottolineando come nei testi antichi la ricchezza sia connotata in negativo; “La ricchezza viene condannata o disprezzata come forma di cupidigia e avidità e perché induce alla corruzione”. La riflessione di Ivano Dionigi, latinista e rettore dell’Università di Bologna, porta a due paradossi dell’etica classica. Il primo, l’evoluzione della parola kerdos “inganno, astuzia” che col passare degli anni assume un significato più economico di “guadagno, profitto”, profitto in senso commerciale. E questo si spiega con il fatto che la cultura è sempre stata un patrimonio della borghesia, ostile al denaro per il suo sostrato fermamente aristocratico. Il secondo, il legame tra denaro e Cristianesimo. Nella prospettiva cristiana il denaro sarà condannato in base alla scoperta del prossimo e del principio di giustizia. Si passa dalla morale individuale e quella sociale.

Guido Rossi, uno dei maggiori esperti italiani di diritto commerciale, ribalta la visione di ricchezza intesa come denaro affermando che la vera ricchezza non è la pecunia, ma il desiderio di accumularla e del modo per arrivare ad accumularla cioè il lavoro. Vandana Shiva, attivista politica e ambientalista indiana, vicepresidente della Slow Food e leader dell’International forum of Globalization compie un interessante percorso tra le tre economie (natura, sussistenza delle persone e di mercato) che compongono il modello economico. Il bisogno di risorse genera guerre proprio all’interno di queste tre economie, si hanno quindi guerre per il petrolio, guerre per l’acqua, guerre per il cibo. Il denaro è diventato l’unità di misura della ricchezza e del benessere umano, ma afferma la Shiva “dobbiamo ricordarci che la vera moneta di scambio della vita è la vita stessa”.

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