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Guido Viale - La civiltà del riuso

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Recuperare, riparare, riutilizzare: una volta conclusa la lettura de “La civiltà del riuso” di Guido Viale, la familiarità con questi termini, al pari che con altri di segno opposto, come sprecare, gettare e scartare, non può che risultare accresciuta.

Per l’autore le cose, oltre ad avere una dimensione materiale e un valore economico, sono provviste di senso, ovvero portatrici di un cumulo di rimandi, e l’uomo le utilizza, a volte le ri-utilizza, senza nemmeno rendersene conto, altre volte le abbandona, cedendo al fascino, spesso scontato, del nuovo. “Quanto meno sentiamo una cosa ‘nostra’ - riflette l’autore - anche se è nostra più di ogni altra (ed è il caso del pianeta Terra), tanto meno ce ne prendiamo cura”. A spingere con impeto verso il nuovo sono soprattutto l’innovazione tecnologica, la pubblicità e la moda.

Anche gli oggetti, però, sottolinea Viale, hanno un’anima: essi “sono la creatività, la fatica e le attenzioni che hanno contribuito a produrli, e poi la cura di cui sono stati circondati durante la loro vita” e chiedono di avere una seconda vita, di essere riutilizzati. “Il loro riuso è il modo in cui il consorzio sociale, o amicale, o famigliare, raccoglie e valorizza” tutto ciò. Ognuno ha un approccio diverso rispetto ad oggetti non più usati e di cui deve decidere la destinazione. L’autore lo spiega ricorrendo a tre differenti esempi, costituiti da tre diversi libri: “Come ho svuotato la casa dei miei genitori”, di Lydia Flem; “Il museo dell’innocenza”, di Orhan Pamuk; “La discarica”, di Paolo Teobaldi. Si passa dalla dolcezza all’amore, dal rimpianto al rancore. Sono quattro le possibili modalità di ingresso delle cose nel mondo dell’usato: si può decidere di tenerle, di regalarle, di venderle o, infine, di buttarle via. L’autore ripesca anche Charles Dickens, a suo modo di vedere forse il primo ad aver evidenziato che i rifiuti sono “l’onnipresente altra faccia della produzione di massa introdotta dalla rivoluzione industriale”. La strada degli oggetti verso il riuso è spesso lunga e fitta di passaggi di mano e di cambiamenti (pulizie, riparazioni, ecc.): si ha la possibilità di rinvenire oggetti usati di vario genere alle vendite di beneficenza, nei mercatini, in punti vendita in conto terzi e in ecocentri, tutti circuiti alternativi rispetto a quelli del commercio ordinario.

L’autore approfondisce anche il tema della valutazione che si dà all’usato, che spesso richiede specifiche competenze e in cui rilevano principalmente la funzione e lo stato dell’oggetto, parlando poi dei principali mercati del riuso (cibi invenduti o non consumati, vestiti, materiali informatici, costruzioni con materiali di recupero e Raae, ovvero rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), ma anche di ciò che i Paesi più virtuosi hanno fatto in questi campi (messa a norma delle discariche, produzione di inceneritori di seconda generazione, raccolta differenziata e riduzione della produzione di rifiuti).

Ma il punto di approdo della ricerca di Viale, che passa anche attraverso l’individuazione di quattro ordini di ostacoli alla promozione di una cultura dell’usato (quelli che si frappongono all’intercettazione di quanto viene dismesso; mancanza di abilità tecniche necessarie per il recupero e la manutenzione degli oggetti vecchi; ostacoli di tipo amministrativo e fiscale; razzismo), è rappresentato dalla spiegazione di un modello ideale, un’ “utopia concreta”, di rapporto tra uomini e cose (prettamente rifiuti). Esso consiste in una ricicleria modello, il “souk (mercatino, ndr) della sostenibilità”, idealizzazione di una civiltà del riuso che secondo l’autore è realizzabile e praticabile senza troppi sforzi e costi. Il recupero conviene a chi cede e a chi acquisisce, riduce il prelievo di materie prime e genera un calo nella produzione di rifiuti, promuove condivisione e socializzazione e aumenta l’occupazione.

Andrea Buono

Commenti  

 
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