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Roberto Lorusso - L'impresa virtuosa

“Essere una impresa virtuosa è la risposta alla domanda come si può crescere e innovare anche in periodi di recessione, ma è anche la risposta a come si può trasformare la crisi attuale in una nuova grande opportunità”. Così l’imprenditore Roberto Lorusso racconta del suo libro “L’impresa virtuosa. Crescere ed innovare in periodi di recessione” (Editori Riuniti – University Press – Pagine 137 – Euro 12).

“La riflessione di partenza è che l’attuale sistema economico che impera nella globalizzazione, sta producendo gravi danni all’umanità. Le 500 multinazionali che controllano il 52% del PIL mondiale, hanno messo ai loro piedi i governi di tutti i paesi del mondo (metaforicamente si fanno lucidare le scarpe tutti i giorni). E quindi – secondo Lorusso – nessuno più è capace di pensare al Bene Comune, e questo perché un capo di governo, misura il suo consenso, solo sulla crescita del PIL. Le imprese virtuose, invece, sono quelle che oltre a produrre merci (quelle che aumentano il PIL) sono capaci di produrre beni (quelli che aumentano il BIL che vuol dire Benessere Interno Lordo, ma di questo ne ho parlato in abbondanza nel mio precedente libro dePILiamoci)”.

L’autore sviluppa il suo racconto proponendo 53 punti di riflessione: “Danno evidenza del contesto sociale, economico ed antropologico in cui operano attualmente le imprese. Se un’impresa vuole progredire e continuare ad esistere nel tempo futuro (sostenibilità) non può che ridefinire la sua missione e quindi creare quei prodotti/servizi che soddisfano i nuovi bisogni dell’uomo. Per capire quali sono i nuovi bisogni l’impresa deve innanzitutto comprendere come è fatto il mondo in cui opera e cosa è diventato il suo cliente, e quindi, quali sono e quali saranno le sue nuove esigenze. Ecco il perché di tanti punti per l’analisi”.

Spazio anche a 36 proposte: “Sono – spiega – indicazioni, esempi, di come l’impresa può trasformarsi e far fronte alla ridefinizione della sua missione ed ovviamente su come può cambiare il suo processo di business (a prescindere dai nuovi prodotti/servizi che intende realizzare)”. Tra queste Lorusso indica quella che più gli è piaciuto formulare: “Il part time per tante donne. Conviene che su questa anche il governo si dia da fare a sostenerla, incentivando le imprese a farlo seriamente e serenamente”. Poi allarga il discorso: “Prendiamo la crisi finanziaria, sembrerebbe ormai terminata, e certamente sarà anche evidente che quella occupazionale è ancora agli inizi. L’approccio sistemico ci ha insegnato che la disoccupazione arriva con un ritardo temporale rispetto al tempo in cui si è originata la causa e quindi adesso arriva il peggio. Ma la cosa che è bene tenere presente, è che non sarà facile uscire dalla crisi occupazionale, e questo perché, anche se ci sarà una ripresa, le imprese la otterranno senza incrementare l’occupazione. In sostanza, la crisi è stata anche una buona scusa per fare “risparmi” sulle risorse umane e la tecnologia e l’innovazione saranno lo strumento per non reimpiegarle. Se si vuole far crescere l’occupazione, le imprese devono impegnarsi a cambiare l’oggetto del loro business verso la soddisfazione di quei bisogni nuovi di cui parlavo prima”.

Quanto agli effetti futuri delle crisi sul sistema impresa Lorusso, che da anni si occupa di progettazione e coordinamento di programmi di cambiamento organizzativo, non ha dubbi: “Per quanti non saranno disposti a cambiare modello mentale (quello della crescita a tutti i costi) sarà molto difficile. Gli scandali di questi ultimi giorni ci dicono che la ricchezza e la crescita non è stata realizzata con comportamenti etici.

Quindi il rispetto delle regole e i comportamenti virtuosi sono quelli che consentono realmente una crescita, anche se lenta, più duratura nel tempo”. E la situazione in Puglia? “È alquanto preoccupante. Confindustria sta raccogliendo in questi giorni i dati per avere un quadro preciso, ed è giusto che lo faccia, per non restare legata a false percezioni. Se dovessero essere confermate quelle più negative penso sia necessario trovare modi di collaborare estesi e leali, senza nascondersi la verità sul perché siamo in questo stato di cose. Laddove anche noi abbiamo vissuto e interpretato la globalizzazione in modo errato”.

Nell’opera Lorusso affronta anche il tema del livello di benessere collettivo e del benessere organizzativo: “Il benessere è un fatto soggettivo, è difficile dare numeri sul livello. Se però guardiamo in superficie ed esaminiamo gli sprechi, e i rifiuti che produciamo – quindi se consideriamo il benessere come il “tanto avere” – allora è molto alto”. Al benessere si può fare riferimento anche in termini di una comunità di persone nei luoghi di lavoro: “Su questo le imprese sono molto, ma molto, lontane dal percepirlo come necessario e quindi si immagini a realizzarlo. Nel libro faccio sempre riferimento alla centralità della persona nei processi di business e rendo evidente quanto una persona che sta bene (con se stessa, nel luogo di lavoro, con la famiglia, nel sociale) è quella che rende di più, è più fedele, è più disponibile all’innovazione, ecc. Generare benessere organizzativo significa come avrà capito occuparsi non solo del luogo di lavoro, ma di tutte quelle condizioni di vita di una persona che rendono il suo lavoro, un vero atto creativo”.

Nello scenario proposto dall’autore un ruolo decisivo lo ha il management delle aziende: “Se il vero capitale per un’impresa sono le persone, allora il loro ruolo primario è occuparsi delle persone. Se il vero capitale sono gli euro disponibili sul proprio conto corrente bancario, allora il ruolo primario è occuparsi della finanza. Attualmente il management è molto orientato sulla finanza (questa è la promessa che si può guadagnare senza lavorare e quindi senza problemi di personale).
Il management (per le piccole imprese, parliamo dei titolari e di qualche responsabile di funzione) si deve preoccupare di imparare come si soddisfano i bisogni dei clienti (interni ed esterni) e di tutti gli stakeholders (a qualsiasi livello). Precisando però che la soddisfazione deve includere anche quella sociale. In sostanza il management di una impresa deve preoccuparsi di aumentare anche il patrimonio sociale per avere un significativo corrispondente incremento dei profitti (dato dalla fiducia dei consumatori) che a sua volta potrà andare ad accrescere il patrimonio netto dell’impresa”.

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 12 del 27 marzo 2010, pag. 29

 

 

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