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Cambiare o chiudere vince chi farà sistema

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Per la Puglia e la Capitanata il taglio dei fondi sarà uno choc. Appello del Copagri

Diventa uno snodo cruciale, il 2012, per il futuro dell’agricoltura nazionale. Aree a prettamente vocazione agricola come la Capitanata vedono minacciate le proprie risorse dai “boatos” che si levano ogni giorno a proposito di riforme restrittive dell’autonomia finanziaria finora acquisita dagli agricoltori. Il dibattito naturalmente resterà in corso per tutto l’anno e già si contano numerose le posizioni politiche discordanti rispetto all’impianto della riforma presentata dal commissario europeo alle Politiche agricole, il rumeno Dacian Ciolos. Su un punto però l’Unione europea non discute: la riduzione del sistema di contribuzioni sarà inevitabile e andrà a colpire proprio quei grandi paesi agricoli come l’Italia che hanno fondato la propria sussistenza attraverso le generose rimesse comuniarie. I tempi cambiano e a Bruxelles ci sono oggi altri equilibri da salvaguardare.

 

Ma se l’Europa a ventisette restringe la torta è anche vero che non è soltanto questo il parametro sul quale il commissario Ciolos intende impostare tutta la sua azione. Gli agricoltori italiani, e in special modo quelli meridionali, dovranno abbracciare le logiche della filiera agricola che presuppongono l’aggregazione in organizzazioni di prodotto e sono proiettate sui mercati. In Capitanata, ma anche nel resto della Puglia, siamo invece ancora a uno stadio primordiale in cui esiste una gan mole di imprese piccole o piccolissime (70%) che non fanno sistema e sono destinate a scomparire in questo scenario così costruito. I timori che nemmeno con la pistola puntata alla tempia dal commissario Ciolos le imprese riescano a smuoversi è piuttosto fondato e non a caso, proprio ai primi del nuovo anno, si è levato l’appello di un’organizzazione agricola come il Copagri, molto radicata nel tessuto rurale specie del Subappennino dauno. Il suo presidente, Luigi Inneo, ha invitato gli europarlamentari eletti in Capitanata a “moltiplicare le forze e l’impegno nelle sedi comunitarie per difendere gli interessi delle popolazioni agricole daune”.

“È in gioco – dice Inneo – il 50% dell’economia agricola locale che si nutre di contribuzioni comunitarie, non vorremmo essere travolti da una riforma che di punto e in bianco elimina quelli che sono i suoi capisaldi e dimentica una tradizione storica che il ruolo dell’Unione europea da trent’anni ricopre anche a salvaguardia di queste comunità agricole”.

Dalle prospettive finanziarie emerge un dato inequivocabile: la riduzione in termini reali delle risorse destinate al primo e al secondo pilastro della riforma proposta dalla Commissione calano, in termini complessivi, di oltre il 10 per cento. La politica agricola comune riformata entro il 2014 passerà dal 39 al 36 per cento sul totale complessivo del bilancio comunitario. Questo si traduce in termini di reddito uno choc finanziario significativo se si considera che le risorse disponibili per anno scenderanno dai 56 miliardi del 2014 a 50 miliardi del 2020 con un taglio sostanziale in termini di sostegno assicurato attualmente alle imprese di ben 13 miliardi di euro. È su questo punto che si prevede lo scontro più acceso con le associazioni agricole, già sul piede di guerra: il budget della politica agricola – affermano – dovrà essere adeguato agli obiettivi che gli sono assegnati per il post 2013. Capitolo a parte merita invece il funzionamento del Greening (ovvero il 30% dei pagamenti dovuti agli agricoltori che Bruxelles pensa di utilizzare per pratiche ecocompatibili), problema – chiedono le associazioni – che va studiato con molta attenzione anche distinguendo tra le aree all’interno dello scacchiere comunitario: perchè la valenza del Greening a Monaco di Baviera non è la stessa nella Murgia o nel Tavoliere delle Puglie. Negli obiettivi comunitari invece il Greening dovrà servire a rendere l’agricoltura ancor più verde di quanto già lo sia rendendola di fatto più competitiva. Una formula per quanto efficacemente attraente che resta ancora tutta da dimostrare sul piano dei numeri e della consistenza dei bilanci aziendali.

E veniamo al ruolo che in questo frangente la politica può svolgere. Purtroppo l’Italia è obbligata in questo momento a rincorrere un’impostazione comunitaria nella cui conformazione ha recitato un ruolo piuttosto marginale avendo cambiato tre ministri dell’Agricoltura negli ultimi tre anni ed essendosi quindi in un certo senso autoesclusa dalle decisioni strategiche sugli stati membri. Un handicap – a parere delle organizzazioni agricole – che impedisce di portare avanti una visione unitaria e condivisa sul quale cercano ora di fare sintesi le organizzazioni agricole firmatarie del documento degli «11» che rappresenta la posizione italiana rispetto alla politica comune. “Un documento che per noi diventa adesso un valore aggiunto – così ha commentato Pietro Salcuni, presidente regionale di Coldiretti – ora che dobbiamo essere presenti a Bruxelles e cercare forme di collaborazione con gli altri ventisei stati membri”. Secondo Coldiretti la provincia di Foggia, in questa situazione, ha tutto da rimetterci: “Sia i titoli alti della zootecnia, che dell’olivicoltura e dell’orticoltura – puntualizza Salcuni – ci pongono oggi in una posizione di difesa, se l’obiettivo è quello di intervenire sulle rendite di posizione. Anche il pomodoro da industria, di cui siamo leader, è una coltivazione di un certo livello che presuppone alto impiego di manodpera e forte rischio d’impresa. Dobbiamo fare molta attenzione in questa fase ed evitare di appiattirci sulle posizioni di altri stati”. La partita si gioca su più tavoli e richiede un dibattito articolato che solo l’Italia, nella sua conformazione agricola e geografica così diversa rispetto agli altri stati membri, può affermare.

MASSIMO LEVANTACI

Commenti  

 
0 #1 Smithf973 2014-12-18 03:29
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