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Blog e social media “Per i manager un fastidio inutile”

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L’accusa arriva dal Financial Times: non servono alle aziende.

Ore e ore passate a curare blog aziendali o profili aziendali sui social network. Ma chi se li legge? “Nella maggior parte dei casi nessuno” e intanto queste iniziative sottraggono tempo e risorse a cose più rilevanti.

A scagliarsi contro il fenomeno è stato di recente il Financial Times: “Si spera che questa follia non duri a lungo”, scrive Lucy Kellaway, curatrice di una rubrica di lettere dei lettori. Le critiche erano contenute proprio nella risposta a una lettera, giunta da un dirigente 40enne di una grande società tecnologica che si lamentava del fatto che, come a tutti i suoi colleghi, il top management gli avesse chiesto di dedicare parte del tempo libero (per giunta nei “sacri” weekend) a scrivere blog e rubriche nel profilo aziendale sui social network.

Tutto questo “è diventato il principale sistema dei manager per sprecare tempo – gli ha risposto la Kellaway – Bloggano tutti, trascinati dall’eccitazione, dalla vanità di avere una piattaforma e dalla paura sul cosa accadrebbe se non partecipassero” al fenomeno. Ma non solo questa deriva distrae i manager da quello che sarebbe il loro principale compito, gestire la società, “ma crea anche la pericolosa impressione che stiano facendo qualcosa di rilevante, quando in realtà stanno solo parlando con sé stessi. Nella maggior parte dei casi i blog aziendali non vengono letti da nessuno: basta guardare in fondo alla pagina e leggere ‘commenti: zero’. Oppure trovare uno o due commenti di ruffiani sullo stile ‘bellissimo post’, seguito da una faccina sorridente (gli smiley)”.

Anche Twitter non è immune da critiche. Il 71% dei tweet non proverà mai l’ebbrezza dell’interazione, con un esiguo 6 per cento dei messaggi che riceve un re-tweet (post su Twitter che ne riprende semplicemente e direttamente un altro) e un 23% che ottiene un replay (post che permette di citare nel proprio status un’altra persona), e tra questi l’85 per cento ha solo un replay, il 10,7% due e l’1,53% tre: lo sostiene un rapporto dell’azienda canadese Sysomos. Sono stati monitorati 1,2 miliardi di cinguettii circolati per il micro-blogging tra l’agosto e il novembre del 2009 ed è stato fatto un bilancio delle reazioni della tweetosfera.

La conclusione è che l’atteggiamento prevalente verso i contributi altrui è semplicemente l’indifferenza, con un marginale e scoraggiante 71% degli utenti che fa un re-tweet o un replay. Intanto cresce il numero di coloro che contemporaneamente leggono, scrivono, leggono mail, scaricano foto, chattano. Tecnicamente si chiama “multitasking”, che cambia il modo in cui pensiamo. Le tecnologie evolvono probabilmente più in fretta di quanto i nostri cervelli riescano ad adattarsi. Alcune ricerche sperimentali confermano i sospetti.

A Stanford per esempio c’è un laboratorio dedicato alla comunicazione “fra gli umani e i media interattivi”, che ha condotto un test su cento studenti divisi in due gruppi: i multifunzionali e i non-multifunzionali. Nel primo esperimento ai due gruppi sono stati mostrati per due istanti consecutivi due rettangoli rossi circondati da due, quattro o sei rettangoli blu. A tutti è stato chiesto di ignorare le figure blu e indicare se le figure rosse avessero cambiato posizione. I non-multifunzionali hanno risposto correttamente, i multifunzionali sono naufragati. Non riuscivano a disinteressarsi di ciò che sapevano essere irrilevante. Il problema è che in test successivi si sono dimostrati meno bravi anche in attività alle quali in teoria uno smartphone dovrebbe addestrare: ricordare sequenze di lettere o far passare l’attenzione da una cosa all’altra. E uno studio dell’Università della California, a San Francisco, mostra come l’uso eccessivo degli smartphone privi la mente delle micro-fasi di riposo necessarie alla memoria e alla creatività.

Fabio Traversa

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