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Banda larga un disastro. L’Italia è 65ª

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Monito Ue. Obiettivo 2020: 30 Mbps per tutti.

“La banda larga è ossigeno per le comunicazioni digitali, essenziale per la prosperità e il benessere dell’Europa”. Se c’erano dubbi sull’importanza cruciale dell’“internet super-veloce” sono stati nettamente spazzati via da questa dichiarazione di Neelie Kroes, vicepresidente della Commissione europea per l’Agenda digitale.

 

Proprio da Bruxelles è arrivata una Raccomandazione sull’accesso regolato alle reti di accesso di nuova generazione (NGN). Oltre a delineare un approccio normativo comune, impone ai regolatori nazionali delle telecomunicazioni di garantire un equilibrio adeguato tra la necessità di incoraggiare gli investimenti e quella di tutelare la concorrenza. Una proposta affinché il Parlamento europeo e il Consiglio elaborino un programma strategico quinquennale per una gestione efficiente dello spettro radio, con lo scopo ultimo di rendere disponibile entro il 2013 uno spettro sufficiente per le comunicazioni a banda larga senza fili. Il terzo punto del pacchetto è una Comunicazione che illustra in che modo incoraggiare gli investimenti pubblici e privati nelle reti a banda larga veloci e ultraveloci. Una sorta di “vademecum” per gli Stati membri che hanno così un punto di riferimento per sviluppare il processo di attuazione, tagliando i costi di investimento, offrendo orientamenti anche per le autorità pubbliche su come finanziare gli investimenti a banda larga.

Quanto a utilizzo della banda larga l’Europa detiene i livelli medi più alti pari al 24,8% su scala mondiale ma, per far fronte a questa domanda, è importante che le sue reti vengano ulteriormente sviluppate e ammodernate. Per contro, infatti, solo l’1% degli europei si connette al web direttamente da casa propria con una connessione in fibra ottica ad alta velocità. Un dato rivelatore soprattutto se paragonato a quelli di Giappone e Corea del Sud che registrano una percentuale di persone collegate via fibra ottica rispettivamente del 12% e del 15% .

Gli obiettivi sono a dir poco ambiziosi: entro il 2013 tutti i cittadini europei saranno dotati di una copertura a banda larga di base ed entro il 2020 di una copertura veloce a 30 megabit al secondo con una rosea previsione di un 50% di famiglie connesse a 100 Mbps. Le premesse ci sono ma i problemi non mancano. Soprattutto in Italia che, secondo Speedtest.net, è al 65° posto nel mondo per velocità di connessioni. E, se Milano e Roma sono ben cablate a fibra ottica, il consuntivo sull’insieme del Paese è a 4,27 Megabit al secondo (Mbps), poco sotto il Vietnam e decisamente in ritardo rispetto al Kazakhstan, al Ghana e al Kirghizistan (9,33). Del resto del piano nazionale banda larga da 800 milioni di euro si è persa traccia da tempo e l’orientamento, di fronte all’esiguità dei fondi (scesi a 100 milioni), è quello di concentrarsi per ora sui distretti industriali. In più il Governo ha auspicato che siano le Regioni, che entro questo mese dovranno presentare i bandi per accedere al cofinanziamento nazionale, a prediligere tra i progetti quelli orientati alla diffusione della banda larga.

Di positivo c’è che, dopo lo strappo che ha portato gli operatori alternativi ad abbandonare il Comitato Ngn istituito dall’Autorità, aziende ed esecutivo hanno raggiunto un accordo al tavolo tecnico voluto dal viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani. Un accordo che, ha spiegato lo stesso Romani, è un passo fondamentale che “permetterà al sistema Paese di raggiungere gli obiettivi definiti dall’Agenda Digitale europea entro il 2020, ovvero che il 50% degli utenti domestici italiani ed europei abbia attivato abbonamenti per servizi con velocità superiore a 100 Megabit”. I passi da fare, per la verità, sono ancora molti, a partire dai particolari economici e dalla governance dell’organismo che dovrà gestire l’infrastruttura passiva: con l’accordo, tuttavia, è stato messo nero su bianco almeno il modello che verrà adottato per portare la fibra a metà delle famiglie entro 10 anni.

Il tavolo tecnico, al quale hanno partecipato Telecom Italia, Vodafone, Wind, Fastweb, Tiscali, Bt Italia e 3 Italia, oltre al rappresentante dell’Agcom in qualità di osservatore e ai dirigenti del Dipartimento delle Comunicazioni del Ministero dello Sviluppo economico, ha in sostanza definito il modello infrastrutturale di base, vale a dire come organizzare cavidotti, fibre ottiche spente, collegamenti ottici per stazioni radio base, che “dovrà essere punto di riferimento dell’attività che Governo, Enti locali e operatori prevedono di sviluppare congiuntamente”.

Si tratta di un modello, ha spiegato il Ministero, che ”è volto ad assicurare la massima armonizzazione con le infrastrutture esistenti”: in sostanza il modello si può definire ‘ibrido’, in grado di supportare le due modalità, (quella ‘Gpon’ e quella ‘punto punto’), scelte rispettivamente da Telecom e dal trio Vodafone-Wind- Fastweb per i rispettivi progetti. Se si tratta o meno del solito annuncio lo si scoprirà nei prossimi mesi.

Fabio Traversa

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