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Carta stampata un 2009 da dimenticare

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Gli analisti prevedono dati negativi anche per il 2010, ma per la prima volta si parla di ripresa nel primo quadrimestre 2011. Situazione simile in Gran Bretagna.

 

I quotidiani tradizionali sono in crisi? I tablet e gli e-reader sono la nuova frontiera dell’informazione quotidiana? Può darsi, ma intanto il Blackstone Group, uno dei maggiori fondi di private equity mondiali, ha deciso di spendere 50 milioni di dollari per comprare una partecipazione nel gruppo editoriale indiano Jagran Media Network, che pubblica un quotidiano in lingua hindi letto ogni giorno da 55 milioni di persone in 37 edizioni, tutte rigorosamente su carta, senza nemmeno il sito internet, in un mercato, quello indiano, dove la Apple non ha ancora nemmeno fissato una data per il lancio dell’iPad, la tavoletta digitale che secondo molti dovrebbe ridare slancio all’industria editoriale. Quest’interessante spunto di riflessione è contenuto nel “Rapporto 2010 sull’industria italiana dei quotidiani”, elaborato dall’Osservatorio Tecnico per i Quotidiani e le Agenzie di informazione “Carlo Lombardi.

Di sicuro, però, il 2009 può essere definito l’annus horribilis del mercato mondiale della carta stampata. I dati provenienti dagli Stati Uniti, recentemente resi noti dalla Newspapers Association of America, non lasciano adito a dubbi: nel solo 2009 gli introiti pubblicitari degli editori di quotidiani, compresi i ricavi dalle edizioni on line, sono diminuiti del 27,2%, dopo essere già calati di quasi il 17% nell’anno precedente.

In soli tre anni, tra il 2006 e il 2009, il fatturato pubblicitario dei quotidiani Usa è passato da oltre 49 miliardi di dollari a poco più di 27, con cali percentuali che vanno dal 36% della pubblicità locale al 40% per quella nazionale, sino al 64% di quella classificata, che un tempo rappresentava circa il 40% del fatturato pubblicitario complessivo ed oggi si è ridotta a poco più del 20%. Per il 2010 gli analisti prevedono che, come già avvenuto per le recessioni del passato (1990-91 e 2001), le percentuali rimangano in territorio negativo per un paio di trimestri dopo che il Pil sarà tornato a crescere, e quindi in buona sostanza il fatturato pubblicitario del 2010 risulterà ancora in calo rispetto al 2009, con prospettive di crescita reale solo a partire dal primo quadrimestre del 2011.

Secondo una recente analisi della JP Morgan, il gruppo Gannett, primo editore di quotidiani degli Usa, avrà nel 2010 una riduzione delle entrate pubblicitarie intorno al 5,6%, contro il -28,4% del 2009. Più o meno lo stesso calo (5,5%) è previsto alla New York Times Co., con un margine operativo lordo del 9,7% contro il 2,7% del primo trimestre del 2009. Nel primo trimestre del 2010 la diffusione feriale del Washington Post è scesa a 562.000 copie, in calo del 12,5% rispetto allo stesso periodo del 2009, mentre la diffusione dell’edizione domenicale è stata pari a 780.000 copie, in calo del 10,4%. La diffusione complessiva pagata dei quotidiani Usa nel semestre ottobre 2009-marzo 2010 – sia cartacei che in formato elettronico – è diminuita dell’8,7% anno su anno, contro il 10,6% del semestre precedente.

Tra i primi 25 quotidiani americani, sommando la diffusione dei giorni feriali con quella del fine settimana, solo il Wall Street Journal ha fatto registrare una sostanziale tenuta (-0,7%) della diffusione, grazie soprattutto al buon andamento dell’edizione elettronica. USA Today è sceso del 13,6%, la diffusione del New York Times è diminuita del 3%, grazie alle ottime performance dell’edizione del week-end gli hanno consentito di rimanere per un soffio al di sopra del milione di copie giornaliere.

La situazione è più o meno simile per i maggiori quotidiani del Regno Unito, dove si evidenziano cali anno su anno a due cifre: dal 10% del Daily Telegraph e del The Independent, fino a oltre il 16% per The Times e The Guardian. Meno peggio degli altri il Financial Times, che rispetto a marzo 2009 perde soltanto il 6,4% delle copie. A determinare il calo della diffusione, oltre alle mutate abitudini di consumo dei consumatori, ci sono anche le nuove politiche di marketing delle aziende editoriali, sempre meno propense a mantenere alti i numeri della diffusione con abbonamenti a prezzi ridotti per mantenere fasce di lettori marginali.

Fabio Traversa

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