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Dal Veneto alla Puglia con il vino nel cuore

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Vinitaly

Vinitaly – Dietro le quinte della grande manifestazione.

“Vinum Vita Est” ed è proprio la nobile pianta della vite a unificare l’Italia, anzi l’Europa. Ben prima che la politica, e andando indietro nei millenni la storia, facessero intravedere pensieri unitari o di disintegrazione – come vorrebbero le camicie verdi – ecco che sulla strada del vino la direzione è sempre stata unica: unione, forza distributiva, territorio al primo posto.

La moderna esperienza della famiglia Tinazzi, che prende il via negli anni ’60 col nonno Eugenio, ci porta dal Veneto all’Abruzzo, alla Sicilia e arriva fino in Puglia.

Un’unica regia, tante regioni e tante produzioni differenti e, decisamente straordinario, un risultato di eccellenza: 100 etichette e una collezione straordinaria di premi e riconoscimenti. Dal Vinitaly fino alla prestigiosissima guida Duemila Vini, da Decanter alla Guida del Gambero Rosso, dalla Guida di Veronelli a quella di Luca Maroni, ecco che la stessa azienda riesce a ottenere premi sia per l’Amarone veneto sia per il suo pugliesissimo Primitivo di Manduria. Insomma, Tinazzi vende tanto e non sono vini di bassa qualità o di massa: sono bottiglie da premio.

Da un modello verticale di azienda italiana, ma pur sempre radicata nei suoi territori, ecco un risultato di eccellenza che, malgrado il biennio di crisi internazionale, ha continuato a crescere. Artefici di questo miracolo tutto italiano sono papà Gian Andrea, che è il titolare, con i figli Francesca, responsabile del controllo di gestione, Giorgio, responsabile commerciale, e una ventina di dipendenti. A Giorgio, 38 anni, che porta i vini della collezione Tinazzi sulle tavole dei gourmet di tutto il mondo, abbiamo chiesto quale è il segreto del loro successo che – in tre generazioni – li ha portati ad avere uffici commerciali a New York e Singapore. Ce lo ha raccontato a Bardolino, in Tenuta Valleselle, comodamente a cena mentre gli affettati veronesi facevano il paio con l’Amarone e i tarallini pugliesi col Negroamaro.

Perché scegliere di uscire dal Veneto e guardare alle produzioni di altre regioni?

“Ampliando la gamma abbiamo avuto la possibilità di rivolgerci ai mercati esteri proponendo non solo la nostra produzione iniziale, del Veneto, ma la produzione italiana, e questo ci ha indubbiamente rafforzato”.

Tradotto in cifre, il gruppo Tinazzi oggi cosa rappresenta?

“Abbiamo 100 etichette di vini, prodotte in quattro piccole aziende. Qui a Bardolino sono 20 ettari, in Sicilia fra Agrigento e Palermo abbiamo altri 35 ettari, dieci anni fa abbiamo acquistato 32 ettari in Puglia a Carosino che è in provincia di Taranto. In Abruzzo, per ora, non abbiamo ancora acquistato i vigneti, ma scegliamo con cura uva e vini”.

Che ventaglio di prezzi c’è nelle vostre cento etichette?

“All’ingrosso andiamo da un minimo di 2,50 a un massimo di 22 euro. Il più costoso è un blend composto al 33% da Nero D’Avola, 33% Corvina del Veneto, 33% Primitivo di Manduria. Nasce come vino da tavola, al costo appunto di 22 euro, ma in enoteca arriva a 50-60 euro a bottiglia”.

Dal Veneto alla Puglia, con quale filosofia aziendale?

“Non vogliamo essere i commercianti che comprano e vendono. L’approccio è quello della massima trasparenza con la clientela e del massimo rispetto del territorio. Il vino pugliese, o siciliano o abruzzese, tale è e tale deve rimanere. Non è, insomma, vino pugliese fatto come lo fanno i veneti”.

La contrazione dell’ultimo biennio che cambiamenti ha portato nel mondo del vino?

“Si sceglie con più attenzione, l’acquirente guarda bene al rapporto fra qualità e valore dell’acquisto. Dalle cifre è evidente che l’alimentare sta tenendo, ma è calato il margine aziendale”.

La crisi quanto ha condizionato la vostra attività?

“L’Italia è composta da tante tipologie di vino, questa è una ricchezza e anche un vantaggio da un punto di vista commerciale. Se si fa riferimento a una varietà più ampia di quella, locale o regionale, si può scavalcare qualunque crisi. Ma voglio fare un esempio concreto di quello che sta avvenendo in questo momento: il Pinot Grigio è in calo. Ma se si ha una produzione non limitata a questa tipologia si può, comunque, andare avanti. È evidente che oramai serve un cambio di mentalità imprenditoriale”.

Come avete chiuso il bilancio del difficile 2009, arrivato dopo un non facile 2008?

“Abbiamo avuto un trend in crescita del fatturato del + 17%. A questo punto si impone qualche riflessione. Il gruppo Tinazzi è decisamente sorprendente, o forse no: ma di certo fa riflettere. Piccolo sarà bello, ma sul mercato internazionale sembra avere più successo la formula del piccolo territorio di eccellenza proposto da una grande organizzazione commerciale”.

Con un’ottica pugliese, il caso davvero strano è quello del loro Feudo di Santa Croce a Carosino. Siamo nella zona del Doc Primitivo di Manduria dove, purtroppo, si fa il minor utilizzo della Denominazione di origine controllata e dove, di fatto, solo un paio di aziende locali sono sopravvissute alla modernità. Ma qui i Tinazzi stanno costruendo la loro cantina. Un segnale che viene da lontano, di fiducia in una terra che finora non ha saputo far brillare le sue gemme.

Antonella Millarte

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 15 del 17 aprile 2010, pagg. 4-5

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