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Via alla Fase 2 col decreto liberalizzazioni

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Molte conferme alle indiscrezioni e qualche passo indietro nel testo definitivo. Ma fra le proteste dei sindacati e l’esultanza di Confindustria, la parola è alle Camere.

L’Italia è “liberalizzata”. O quasi, perché il pacchetto “cresci Italia” del premier Mario Monti, varato il 20 gennaio dal Consiglio dei Ministri, ora dovrà superare l’esame del Parlamento. Il Governo con il decreto ha deciso di puntare il dito contro i “poteri forti”, recuperando risorse per famiglie e imprese allentando le “tasse occulte” (come le definisce Monti) che da anni tengono “ingessato” il Paese. L’impatto delle misure – spiega il premier – potrebbe portare a una crescita della ricchezza prodotta del 10%. Numeri che per le associazioni dei consumatori si trasformerebbero in quasi 1.000 euro (946 per l’Osservatorio di Federconsumatori) all’anno di risparmio per ogni famiglia.

 

Non sono state poche le modifiche apportate dallo stesso esecutivo ai primi testi circolati. Chiaro segno che intervenire sulla materia è stata impresa ardua. Vale per tutti l’esempio della norma sui taxi che dopo le proteste e gli scontri che hanno preceduto il varo del decreto, è stata modificata più volte e alla fine è stata riaffidata all’Autorità per le reti che nascerà dal potenziamento dell’Autorità per l’energia. Un percorso che però lascerebbe ancora 6 mesi di tempo per intervenire. Per il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà “si è andati incontro ad alcune richieste delle auto bianche: non ci saranno più licenze in capo ad un solo soggetto e anche l’extraterritorialità sarà valutata insieme ai Comuni”. Un altro “fronte caldo” sul quale il Governo ha usato il “bastone e la carota” è quello delle farmacie: la vendita dei farmaci di fascia C rimarrà di loro competenza, ma ci sarà anche un concorso straordinario per l’apertura di oltre cinque mila farmacie in tutto il Paese. È saltata anche la norma sullo scorporo di Rfi dalle Ferrovie dello Stato, mentre è stata confermata la separazione tra Eni e Snam. Fra i più arrabbiati per il provvedimento ci sono gli avvocati, per i quali scompaiono le tariffe minime e massime e arriva il preventivo. Protestano anche i notai: ne arriveranno 500 in più e, ha annunciato il ministro della Giustizia Paola Severino, ci sarà anche il Tribunale delle imprese “che aiuterà l’economia”. “La riforma è strutturale” ci ha tenuto a spiegare il premier Monti, che ha anche ricordato i tre vincoli italiani: “concorrenza insufficiente, inadeguatezza delle infrastrutture e complicazione delle procedure amministrative”. Monti, quindi, spiega la ratio dell’intervento: l’obiettivo delle liberalizzazioni non è “introdurre un po’ di giungla per favorire l’economia”, bensì quello di strutturare “regole di mercato”. Quindi la rivendicazione: “Credo che nessuno possa dire che ce la siamo presa con i piccoli e con i poteri deboli e che abbiamo lasciato tranquilli i grandi e i poteri forti”. Ma, come lui stesso avrà previsto, il fronte degli oppositori è ampio almeno quanto quello dei sostenitori.

A cominciare dalle parti sociali, infatti, i giudizi sono contrastanti. Per il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia le liberalizzazioni “sono sacrosante”. Per il segretario Cgil Susanna Camusso, al contrario, “le intemperanze liberalizzatrici ci porteranno dei guai”. La Camusso in particolare se la prende contro alcune cose che “non ci convincono , penso ad esempio al contratto delle ferrovie”. Ma da parte di un altro leader sindacale, il segretario Cisl Raffaele Bonanni, non è tutto nero: le liberalizzazioni “sono un primo segnale di rottura della staticità italiana sui temi di una maggiore concorrenza” sul quale bisogna però “stare attenti a non fare strafalcioni”.

La partita, insomma, non è chiusa. E la parola tra l’altro ora passa al Parlamento. “Confido – ha detto Monti – che l’esame possa essere breve, così come per il decreto Salva Italia”. Il premier, forte dell’apprezzamento sia dell’Unione Europea sia del Fondo Monetario Internazionale, ha auspicato che non cis siano “stravolgimenti” all’impianto generale del testo. “Consigli” che tuttavia hanno alzato la temperatura con alcune forze politiche, in particolare il Pdl, che ha fatto sapere al premier di essere pronto a sfilargli di sotto la poltrona se si azzarda a lanciare “diktat”. Per contro, è apparso più conciliante il Pd che con Pier Luigi Bersani ha ripetuto che servono delle modifiche ma per “rafforzare” le liberalizzazioni.

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