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Da Taranto a Rotterdam un disastro che va oltre l'Ilva

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di Federico Pirro

Taranto chiama l'Italia perché l'Italia ha bisogno di Taranto: può essere così sintetizzata la delicata fase socioeconomica vissuta dal capoluogo ionico all'indomani del sequestro 'senza facoltà d'uso' dell'area a caldo dell'Ilva.

Ma la nuova Aia - sia pure limitata per il momento alle emissioni in atmosfera - colloca la difficile situazione della città e del Siderurgico su binari equilibrati, in grado di garantire, da un lato, la prioritaria salvaguardia della salute dei cittadini e dei lavoratori e, dall'altro, le prospettive di un'attività produttiva così rilevante per il territorio e per l'Italia.

Aia, peraltro, i cui nuovi limiti l'azienda è disposta a rispettare, impostando un “piano industriale con l'obiettivo di verificare la sostenibilità finanziaria degli investimenti, non sottraendosi così alle responsabilità di fare impresa e tutelando le decine di migliaia di occupati e l'economia del Paese”. E l'incontro al Ministero dell'Ambiente fra Corrado Clini e vertici aziendali del 9 novembre scorso ha visto la società presentare il Piano degli interventi necessari per rispettare le prescrizioni dell'Aia.

Condizione imprescindibile, però, per la società è “la piena disponibilità degli impianti oggi sotto sequestro.” Un'esigenza pienamente comprensibile, anche alla luce della recente notizia della rinuncia dell'Autorità portuale di Rotterdam a costituire una joint-venture con quella ionica, dopo il memorandum of understanding dei mesi scorsi per avviare un rapporto che si sperava invece ricco di grandi prospettive per lo scalo cittadino. Hanno pesato in questa decisione del più grande Porto europeo per traffico merci proprio le incertezze della vicenda Ilva e quelle legate al futuro industriale del porto ionico, come ha dichiarato il presidente della sua Authority Sergio Prete. Ci si dovrà allora interrogare se i provvedimenti di sequestro che si sono assunti il 26 luglio nei confronti dell'area a caldo dell'Ilva 'senza facoltà d'uso' non debbano a questo punto essere revocati, su istanza della società, tornando ad alimentare non solo la speranza di difendere l'occupazione diretta e indiretta del Siderurgico, ma anche quella di nuovi sviluppi nei traffici marittimi del capoluogo. E' appena il caso di ricordare, peraltro, che anche un certo numero di dipendenti della Tct-Evergreen Hutchison che gestisce il locale terminal container è in cig a rotazione e che i cantieri (ancora da aprirsi) per la piastra logistica non impiegheranno più di 200 o, al massimo, 300 unità.

Inoltre, è opportuno auspicare la revoca del sequestro, in quanto anche la notizia dei 621 esuberi al call center di Teleperformance - la seconda azienda locale per numero di addetti - evidenzia il rischio che l'occupazione cittadina abbia un tracollo drammatico se (malauguratamente) l'area a caldo dell'Ilva fosse messa in condizione di rinunciare totalmente alla produzione.

Non meno di 5.000 addetti diretti perderebbero il lavoro subito, mentre in prospettiva l'intera fabbrica rischierebbe la dismissione, con conseguenze difficilmente prevedibili in tutta la loro portata, se è vero che anche a Rotterdam se ne sono preoccupati. Certo, accanto poi alle difficoltà produttive che scaturiscono dal sequestro dell'area a caldo, si segnalano anche forti rallentamenti nelle dinamiche dei vari mercati dell'acciaio che hanno costretto l'Ilva a richiedere cassa integrazione ordinaria per 13 settimane per 2.000 addetti, a partire dal 19 novembre.

In ogni caso, se al di là delle difficoltà congiunturali dell'azienda, venissero meno tutte le incertezze sul futuro del più grande impianto siderurgico europeo a ciclo integrale - e sulle sue movimentazioni di materie prime e semilavorati che hanno concorso a riportare nel 2011 il porto di Taranto con 40,7 milioni di tonnellate, e un +17,1% sul 2010, al 2° posto in Italia alle spalle di Genova e prima di Trieste per traffico merci - la decisione dell'Autorità portuale di Rotterdam potrebbe (forse) essere rivista, riaprendo per lo scalo ionico una prospettiva utile al Mezzogiorno e all'intero Paese.

La nuova Aia, dunque, con le prescrizioni e i tempi cui l'azienda dovrà attenersi - se avrà naturalmente la certezza di uso degli impianti e i mezzi finanziari necessari per gli interventi - e i 336 milioni approvati dal Parlamento per le prime bonifiche nell'area industriale sono gli strumenti con i quali Taranto, la sua industria e il suo porto possono tornare ad essere un pilastro del sistema Paese. Senza Aia e rigenerazione ambientale, invece, si aprirebbero scenari drammatici per la città, cui, forse, a Rotterdam dedicherebbero solo compassione. Ma anche il sistema Italia perderebbe una grande chance per saldarsi sempre di più al Nord Europa.

Prof. Federico Pirro
docente di Storia dell'Industria nell'Università di Bari
Centro Studi Confindustria Puglia

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