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“Benessere” delle famiglie non ci sono solo Pil e redditi

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Il rapporto tra crescita economica ed eventuale miglioramento della qualità della vita. Febbraio 2008, è da poco scoppiata la crisi creditizia e ipotecaria che dagli Stati Uniti arriverà in breve tempo in Europa e nel resto del mondo provocando collassi bancari, crollo degli investimenti e disoccupazione. Una crisi per nulla prevista dai modelli econometrici in uso.

È in questi giorni che il presidente francese Nicolas Sarkozy annuncia, ai microfoni del Salone delle Feste dell’Eliseo, di aver affidato a una commissione di esperti coordinata da due premi Nobel per l’economia, Amartya Sen e Joseph Stiglitz, e dal presidente dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche Jean-Paul Fitoussi, il compito di progettare una rivoluzione statistica.

Si tratta di individuare nuovi strumenti di misura del benessere delle nazioni capaci di tenere conto della effettiva qualità della vita delle persone, non più ancorati alla semplice ricostruzione della produzione, non più schiacciati sui soli prezzi di mercato. Strumenti, insomma, che vadano oltre il Pil.

Che il Prodotto Interno lordo non sia un indicatore sufficiente a rappresentare la situazione complessiva di un paese lo si dice da tempo. Basta accennare al fatto che il Pil non fornisce informazioni sulla distribuzione della ricchezza tra gli abitanti e può nascondere fortissime disuguaglianze. Il Pil rileva come positivo un disatro ambientale perché, dagli aiuti alla ricostruzione, si produce fatturato. Non contano i danni,la distruzione delle città, non contano nemmeno le vittime e i feriti. Il Pil non ci dice nulla sul deterioramento della qualità dell’ambiente, non rileva se i cittadini hanno accesso alla sanità e all’istruzione, non distingue tra un regime democratico e uno autoritario. Per citare Kennedy “Il Pil misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.

Tra le tante variabili dimenticate ce n’è una particolarmente consistente, quanto a dimensioni, e sistematicamente ignorata dagli indicatori di contabilità. È la produzione delle famiglie, tutti quei beni e i servizi, dalla cucina alla pulizia, dalla riparazione dei guasti alla cura dei bambini e degli anziani, che se non venissero prodotti gratuitamente all’interno del nucleo familiare, dovrebbero essere acquistati sul mercato e che quindi hanno un valore economico.

E se proviamo a immaginare quale sarebbe il costo di procurarsi tutte queste attività, ogni giorno, sul mercato, riusciamo anche a realizzare che si tratta di una grandezza gigantesca: tra uno e due terzi del Pil di una nazione, secondo le stime più recenti.

E allora di stime ce ne sono? In alcuni paesi sì, come gli Stati Uniti, ma in Italia l’ultima analisi, a quanto risulta da questa ricerca, risale al lontano 2000. Il vero problema di far rientrare la produzione delle famiglie nel quadro delle informazioni economiche disponibili è che calcolarla è piuttosto difficile.

Le famiglie non hanno orari di lavoro e non ricevono stipendi. Quello che producono, quante camicie stirano, quanti pasti cucinano, la loro qualità, sono tutte informazioni inesistenti, non ci sono bilanci e statistiche di output come per un’azienda. Eppure è come un’azienda che funziona la famiglia. Produce beni e servizi, investe per comprare materie prime (la pasta, il detersivo) e beni capitali (gli elettrodomestici, l’automobile) e incide, a tutti gli effetti, sul sistema economico. La differenza è che la famiglia non vende, regala. E con la gratuità, il parametro dei prezzi scompare, trascinando nell’ombra il valore economico di questa fabbrica diffusa: l’essenziale è invisibile ai prezzi.

Su come far comparire nelle statistiche la produzione delle famiglie si è sviluppata una vasta letteratura economica che parte dagli anni ‘30, quando il Pil era ancora in fase di elaborazione. Fu in quegli anni che si decise di escludere questa variabile dal calcolo: stima approssimativa e basata su imputazioni, la produzione delle famiglie avrebbe inquinato la precisione di un indicatore basato esclusivamente sui prezzi di mercato. Negli anni ‘70 il tema ritorna all’ordine del giorno dell’agenda economica con studiosi come Nordhaus, Tobin, Eisner e Ruggles. Nei loro lavori, il tentativo di correggere il Pil in modo da far sì che tenga conto di questa ed altre dimensioni non monetarie. È un orientamento che cambierà nel volgere di qualche anno: dal ‘93 si preferirà creare conti satelliti, cioè allegati della contabilità nazionale, che non corrompano con dati imprecisi le misure tradizionali.

Un sistema attendibile, però, oggi c’è. Si chiama quality adjusted replacement cost ed è stato proposto dagli economisti della Yale University nel rapporto “Oltre il Mercato”. Con questo metodo è possibile convertire il tempo gratuito prestato dalle famiglie in prezzi di mercato, valore che, sommato a materie prime e beni capitali durevoli, corrisponde alla produzione delle famiglie.

In Italia non c’è un regolare sistema di rilevazione di questa grandezza e molte delle dimensioni trascurate dal Pil rimangono ancora senza rappresentazione nella contabilità nazionale. Il compito assegnato da Sarkozy alla Commissione Sen Fitoussi Stiglitz non darà i risultati sperati: un indice alternativo al Pil ancora non esiste. Approssimativamente, il lavoro domestico costituisce una percentuale compresa tra uno e due terzi del Pil di una nazione. È una dimensione tale da non permettere alle statistiche di poterla trascurare ancora per molto anche perché, al di là dell’attendibilità dei dati diffusi, non stimare la produzione delle famiglie incide sulla qualità delle nostre politiche.

Innanzitutto quelle di genere. Le statistiche sull’uso del tempo dimostrano che la maggior parte del lavoro domestico, in tutti paesi e in Italia più che in tutti i paesi europei, viene svolto dalle donne. Non calcolare la produzione domestica significa ignorare il loro contributo al reddito delle famiglie ed alla produttività dell’economia intera. Significa non avere gli strumenti per prevedere una modifica della ripartizione dei compiti domestici tra uomo e donna, riequilibrio che è premessa necessaria per un effettivo incremento dell’occupazione femminile. E significa, infine, precludergli l’accesso a dei diritti. Perché non riconoscendolo come lavoro, quello domestico non viene trattato come tale anche in termini di pensioni e di assicurazioni contro gli infortuni, diritti di welfare riconosciuti in tutti gli stati democratici ma negati sistematicamente a questa categoria di “lavoratrici sommerse”.

E non solo. La prospettiva della produzione delle famiglie investe il nostro stesso concetto di sviluppo.

Lo sviluppo, nella sua accezione positiva di miglioramento di un paese, è stato identificato a lungo con la crescita economica e quindi con quella del Pil o degli indicatori di reddito. Caratteristica dei paesi in fase di espansione economica – le tigri asiatiche e il Brasile oggi, ma vale anche per l’Europa e gli Stati Uniti di inizio novecento – sono infatti tassi di crescita del Pil del 10% e più.

Vari studi dimostrano che parte di quella vertiginosa ascesa della curva del Pil è dovuta al passaggio al mercato di una serie di beni e servizi che prima venivano prodotti dalle famiglie.

Si fa la spesa dal supermercato piuttosto che fare il pane in casa. Si mangia fuori piuttosto che cucinare. Per tenere i bambini si chiama la baby sitter. Si fattura di più, si produce di meno. Non c’è stata una variazione del benessere perché anche prima quei beni e servizi venivano forniti, quello che è cambiato è solo il soggetto fornitore: dalla mamma al mercato.

E allora è bene distinguere. Ricordarsi che Pil in crescita e redditi in espansione non sono sinonimo di aumento del benessere. Se la crescita economica non equivale ad un miglioramento delle condizioni di vita, non è più detto che debba essere questo l’obiettivo ultimo degli stati. La premessa di un cambiamento così radicale non può che essere una rivoluzione statistica. Quello che misuriamo, dice il nobel Joseph Stiglitz, incide su quello che facciamo. Se le nostre misure sono sbagliate, continueremo a fare scelte sbagliate.

CURRICULUM

Gemma Dipoppa, 23 anni, di Bari, si è laureata con lode in Scienze Politiche all’Università degli studi di Bari discutendo una tesi in Macroeconomia sulla Produzione delle famiglie, Relatore Michele Capriati. Ha collaborato come redattrice per Antenna Sud e ha lavorato per la campagna  elettorale di Michele Emiliano. Attualmente lavora nell’Istituto di ricerche di marketing “Troisi Ricerche”.

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