You are here:

Debito ecologico nel pianeta costo che devono pagare tutti

Email

L’excursus di un fenomeno che ha origine in era coloniale ed arriva fino ai giorni nostri.

È ormai evidente che ci troviamo davanti ad una crisi ecologica di portata mondiale, i cui segni sono chiaramente visibili agli occhi di tutti. Viviamo in un’epoca in cui la catastrofe non è più assurdità, ma concreta possibilità. In pochi decenni l’uomo, col suo sviluppo, ha compromesso il suo rapporto con la Terra modificandone completamente gli equilibri biosferici, tanto da trasformare la Terra in un nuovo nemico. La cosa che sorprende è che, nonostante gli scenari della catastrofe ormai si presentino ogni giorno sotto i nostri occhi, si continua a vivere come se in futuro non potesse accadere nulla di grave, tanto che le nostre società continuano a cullarsi seguendo il dogma dello sviluppo e della crescita economica fondato sulla cancellazione dello spazio fisico e cioè della natura, del mondo vivente.

Il concetto di debito ecologico (tema centrale della mia tesi) si riferisce alla disparità tra Paesi nel contribuire alla crisi ecologica. È noto che, per sostenere il loro stile di vita, gli americani divorano circa il 30% delle risorse mondiali e producono il 25% dei gas serra che riscaldano il pianeta, anche se costituiscono appena il 5% della popolazione umana. L’attuale impronta ecologica di un abitante medio nord americano (oltre 5 ettari) è 3 volte superiore alla fetta di terra che gli spetterebbe. In effetti L’emergenze ecologica e l’emergenza sociale sono due facce dello stesso disastro. La povertà è legata al degrado ecologico. Sono i poveri a vivere nei luoghi più inquinati. Sono i poveri a subire in primo luogo gli effetti della crisi ecologica. Le catastrofi d’origine naturale colpiscono più duramente i poveri che non hanno i mezzi né per proteggersi né per assicurarsi.

In generale il debito ecologico può essere definito il debito storico ed attuale accumulato dai paesi industrializzati del nord, dai loro governi, dalle loro istituzioni e dalle loro multinazionali verso i popoli ed i paesi del sud, a causa della depredazione e l’usufrutto delle loro risorse naturali, dello sfruttamento e l’impoverimento delle sue popolazioni, dell’inquinamento e della distruzione sistematica del loro patrimonio naturale, culturale e delle loro fonti di sostentamento. Ha origine in epoca coloniale, è cresciuto fino ad oggi, e da allora non ha mai smesso di aumentare a causa della politica di appropriazione dello spazio ecologico e delle risorse naturali dei paesi industrializzati.

Nello specifico le forme principali di debito ecologico sono quattro: il debito di carbonio, i passivi ambientali, l’esportazione di rifiuti tossici originati nei paesi industrializzati e rilasciati nei paesi poveri e la biopirateria. Il debito di carbonio è un debito contratto dai paesi industrializzati attraverso le massicce emissioni di gas a effetto serra, che inducono ad un aumento della temperatura media del pianeta. Il conseguente aumento della temperatura va a colpire in maniera più rilevante i paesi del sud, dove gli effetti dell’innalzamento della temperatura saranno più devastanti.

Il passivo ambientale è l’insieme dei danni ambientali reversibili e irreversibili provocati:

– dalla delocalizzazione delle imprese produttive a forte impatto ambientale nei paesi del sud che approfittano di una legislazione ambientale meno severa;

– dalla sistematica distruzione degli habitat;

– dalle ripercussioni ecologiche delle biotecnologie e dell’agricoltura intensiva;

– dall’estrazione e dalla privatizzazione delle risorse naturali come i minerali, il petrolio, il gas e l’acqua o per incidenti improvvisi, come nel caso dell’estrazione o del trasporto del petrolio.

Passiamo ora all’esportazione di rifiuti tossici originati nei paesi industrializzati e rilasciati nei paesi poveri: da decenni l’occidente può contare sui paesi del sud come discarica dei propri rifiuti industriali. Esso trova conveniente guadagnare sull’enorme differenza economica che passa tra lo smaltimento dei rifiuti secondo le norme dei paesi sviluppati e lo scarico selvaggio in stati poverissimi o in guerra. Si è detto che se i paesi poveri accolgono tali rifiuti è perché ottengono un beneficio economico e, pertanto, non hanno diritto di reclamare un debito ecologico a tale riguardo. La verità, tuttavia, è che il libero commercio di rifiuti pone i poveri dinanzi alla triste alternativa se restare poveri o accettare i rifiuti pericolosi, anche se mettono a rischio la loro salute. La Biopirateria è la quarta forma di debito ecologico. Essa si riferisce all’appropriazione delle risorse e dei saperi del sud del mondo da parte delle multinazionali del nord tramite i nuovi accordi del commercio internazionale definiti dal WTO nel 1994, in sede di rinnovo del GATT. I grandi istituti di ricerca, come previsto dagli accordi TRIPs, brevettano i codici genetici delle varietà «scoperte» nei paesi del sud, in cui maggiormente si concentra la biodiversità, e impongono il pagamento di una tassa ai coltivatori che da secoli ne fanno uso. Così, la capacità intellettuale di un singolo nega il sapere e la creatività dei sistemi di conoscenza indigeni.

Per dare qualche numero, il 90% della diversità biologica si trova nell’emisfero sud, mentre il 97% dei brevetti è già in possesso di aziende del mondo industrializzato. Basti pensare che almeno un quarto delle medicine esistenti provengono dalle piante selvatiche e dalla conoscenza tradizionale dei popoli indigeni. La stragrande maggioranza del materiale genetico dei semi, studiato nei laboratori e brevettato, deriva dalle foreste tropicali o dal lavoro di incrocio e selezione che i contadini indigeni praticano da sempre. Le multinazionali del nord hanno sempre beneficiato a costo zero della biodiversità tropicale.

È chiaro che Tra debito ecologico e debito estero esiste una relazione perversa. L’esistenza del debito estero aumenta sostanzialmente quello ecologico in quanto costringe i paesi indebitati a sovrasfruttare le loro risorse per ottenere maggiori entrate e pagare le somme dovute all’occidente, accettando condizioni di scambio notevolmente ingiuste. La diminuzione dei prezzi delle materie prime imposta dalle multinazionali contribuisce ad amplificare ulteriormente questa relazione perversa fra debito estero e debito ecologico: più povero sei, più sarai costretto a sfruttare le tue risorse naturali per attutire il debito. Per pagare gli interessi del debito estero, i paesi del Terzo mondo sono costretti dunque ad aumentare le esportazioni di risorse naturali, e questo fa aumentare il debito ecologico del nord verso il sud.

Detto ciò, è facile comprendere la legittimità di chi rivendica il riconoscimento del debito ecologico.

Il riconoscimento del concetto del debito ecologico può inoltre aiutare i paesi del nord a realizzare una necessaria regolamentazione della questione ecologica. Allo stesso tempo mette in dubbio la legittimità di esigere il pagamento del debito estero da parte dei paesi del sud dato che tutti gli altri vengono ignorati. Esso può anche avere una funzione importante come meccanismo per combattere la povertà nei paesi del sud diminuendo l’impatto del neoliberalismo nel mondo, permettendo dunque ai popoli di difendere la propria sovranità alimentare ed energetica, la propria dignità, la propria identità culturale e territoriale, l’acqua, le sementi, la biodiversità, le conoscenze tradizionali, ecc. L’applicazione degli accordi di libero scambio provoca un aumento del debito ecologico poiché esso implica uno sfruttamento massimo delle risorse naturali da parte delle multinazionali, soprattutto petrolio, minerali, acqua, biodiversità (Ortega Cerdà, M. e Russi, 2003).

Certamente il debito ecologico è talmente grande che i paesi del nord non potranno mai rimborsarlo. Si possono però attuare politiche per non farlo aumentare e per ridurlo. Ridurre dunque. Come? Come già detto il debito ecologico è un debito legato allo stile di vita dei paesi ricchi. È necessario ridurre l’impronta ecologica dei paesi ricchi. Per fare ciò sembra sempre più necessaria una transizione da una società della crescita ad una società della decrescita e della sobrietà.

CURRICULUM

Gianfranco Gatti, 26 anni di Latiano (BR), si è laureato in Scienze dello Sviluppo presso l’Università del Salento. Ha conseguito nel 2010 il diploma di Master di II livello in International Cooperation presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) a Milano. Attualmente collabora con l’Osservatorio Regionale sulla Cooperazione Internazionale (ORCI) e l’Associazione di Cooperanti Tulime Onlus.

Commenti  

 
+1 #2 Gianfranc Gatti 2011-11-26 20:53
Nonostante molti siano d'accordo sulla mia tesi, è triste vedere quanti sforzi si fanno per sostenere l'attuale architettura economica-finanziaria e nulla si faccia per affrontare la crisi ecologica....

Inoltre vista la crisi del lavoro sembra sempre più necessario introdurre un reddito di base visto che il diritto a vivere ce l'hanno tutti e non solo chi lavora...

C'è Bisogno di un Global Change
Citazione
 
 
+4 #1 Tania corigliano 2011-04-13 19:57

credo proprio che questo giovane abbia colto nel segno: l'unica nostra salvezza sarebbe passare da una società della "crescita" ad una società della "decrescita" e della sobrietà....io ci sto!!!!!
Citazione
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna