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Il successo nei mercati globali si costruisce sull’innovazione

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L’Italia però è in forte ritardo negli investimenti per le tecnologie dell’informazione.

La base del lavoro è costituita dalla premessa che l’innovazione tecnologica è il fattore determinante del successo competitivo: per le imprese è un imperativo strategico tanto per mantenere o acquisire posizioni di leadership nel mercato quanto per recuperare posizioni di svantaggio. Ciò in parte è dovuto alla globalizzazione dei mercati, visto che la pressione della concorrenza internazionale spinge le imprese ad innovare in modo continuo così da produrre beni ad alto grado di differenziazione.

Alla luce di quanto sopra gli obiettivi che si pone il lavoro sono quelli di fotografare la condizione italiana circa la dotazione di infrastrutture telematiche utili allo sviluppo delle tecnologie dell’informazione note come I.C.T. (information and communication technologies) in particolare dell’accesso al web, cogliendo il danno derivante dal divario digitale definibile come differenziale di investimenti nel settore delle I.C.T., nonché illustrando in ultimo le politiche europee adoperate per colmare tale gap, ma soprattutto evidenziando il piano denominato E-Government 2012 messo in atto dal governo italiano.

Tornando ora alla competitività, questa è l’espressione di un concetto composto da vari fattori che vanno dall’ambiente economico, inteso come stabilità del quadro finanziario, passando dalle istituzioni pubbliche quindi scuola, università, sicurezza, etc., fino al progresso tecnologico quale elemento che crea reale differenza fra paesi sviluppati e non, definendolo come la capacità di sviluppare nuove tecnologie in un ambiente attrezzato per consentire tale evoluzione. Ed è proprio qui che si distingue l’importanza del ruolo giocato dalle I.C.T., settore che può contare su di una struttura a filiera generatrice di un forte indotto che disegna un insieme di fornitori con un effetto moltiplicatore superiore a quello dei settori “tradizionali”, diffondendo innovazione in modo orizzontale nel tessuto imprenditoriale e conferendo per altro alle imprese non solo una maggiore efficacia ma soprattutto più flessibilità per meglio adattarsi al cambiamento della domanda e delle condizioni di mercato.

Una pronta dimostrazione della veridicità del binomio I.C.T.-crescita economica ci viene fornito dall’analisi dei dati elaborati dalla C.I.A. (central intelligence agenzy) stando ai quali nel periodo 1995-2000 negli Stati Uniti d’America il settore delle I.C.T. ha contribuito nella misura del 20,7% del PIL e di circa il 50% per ciò che riguarda la crescita annua della produttività. Fra l’altro è recente sempre negli USA il lancio del piano denominato “Connetting America” varato dal presidente Obama per rendere accessibile Internet a banda larga verso 100 milioni di cittadini e per il realizzo del quale si prevedono investimenti per 15 miliardi di dollari distribuibili in dieci anni finanziati in gran parte con la vendita di frequenze agli operatori mobili,con il fine di ridurre il divario digitale tramite la creazione di una rete wireless nazionale per tutti i cittadini.

A proposito della banda larga, dallo studio redatto dalla Commissione Europea nel settembre 2008 intitolato “Broadband Performance Index”, viene fuori una Italia in cui solo il 17% delle famiglie usa Internet a fronte di una media europea del 52% che sale addirittura al 60% nei Paesi del Nord Europa. La situazione, sicuramente non performante, dimostra forti ritardi sulla banda larga ma anche uno scarso utilizzo dei servizi on-line in generale da parte di individui ed imprese. A questo poi deve aggiungersi un divario digitale interno al Paese, considerato che i dati prodotti dal Rapporto Assinform 2010 misurano una spesa in IT fortemente concentrata nelle prime cinque regioni più avanzate le quali detengono una quota del 69% mentre il Mezzogiorno nel suo complesso ha una quota di spesa del 16,3%.

Ma quali sono le cause che spiegano il ritardo italiano? A ben vedere ciò può essere addebitato ad una causa di natura congiunturale come la scarsa propensione delle imprese italiane ad investire in IT favorendo spesa in attrezzature tradizionali. Ma non basta, si deve tener conto anche delle cause strutturali rappresentate da una distribuzione eterogenea della spesa in IT caratterizzata da una forte concentrazione a livello dimensionale, in quanto gli investimenti sono praticati da un numero ristretto di imprese di grandi dimensioni (con un numero di addetti maggiore di mille unità) mentre le restanti imprese con un organico compreso da uno a cinquanta addetti, parliamo quindi della maggioranza di quelle operanti in Italia, hanno investito poco o nulla. La presenza di questi vincoli riduce di fatto la domanda potenziale delle I.C.T. in Italia rispetto a quella registrata negli altri Paesi europei.

Maturata la consapevolezza del danno socioculturale ma soprattutto economico prodotto dal divario digitale, la Commissione Europea riunita a Lisbona nel marzo 2000 è intervenuta sulla questione lanciando il piano d’azione “e-Europe 2002”, in cui sono stati fissati gli obiettivi volti a creare un ambiente favorevole allo sviluppo della e-economy in Europa, passando anche attraverso l’accelerazione della connessione in rete di scuole, università ed alta formazione così da stimolare la nascita di nuove tecnologie. Alla conclusione del Consiglio Europeo di Lisbona fa seguito l’istituzione dell’iniziativa denominata “e-learning”, priorità assoluta del successivo piano d’azione “e-Europe 2005” che orientato all’introduzione di metodi educativi innovativi per ciò che riguarda l’apprendimento, ha avuto come risultato quello di rafforzare l’idea secondo cui vi è necessità di non separare le innovazioni tecnologiche dal contesto sociale, culturale ed economico.

Sulla scia delle iniziative comunitarie sopra accennate,il Governo italiano è intervenuto elaborando il paino “e-Government 2012” che appunto parte dai principali obiettivi fissati a livello comunitario per poi far leva sull’attuazione del Codice dell’Amministrazione Digitale. In particolare tale piano,realizzato dal Ministro per la Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione Renato Brunetta, definisce un insieme di circa 80 progetti che, aggregati in quattro ambiti di intervento con 27 obiettivi di governo da raggiungere entro la legislatura ed il cui stato d’avanzamento viene aggiornato in tempo reale proprio tramite il web, mirano a modernizzare ed a rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione puntando sul miglioramento qualitativo dei servizi erogati da questa verso cittadini ed imprese così da diminuire i costi per la collettività. Scopo del piano è infatti quello di contribuire allo sviluppo economico del Paese da un lato e stimolare un processo di diffusione di tecnologie funzionali alle imprese dall’altro, insieme ad un utilizzo diffuso di Internet da parte di singoli individui e delle famiglie, ossia si propone la riduzione del divario digitale.

In ultimo occorre dire che i piani e-Europe insieme con i piani per l’e-Government a livello di singoli Paesi sono basati sulla consapevolezza che il raggiungimento degli obiettivi in essi indicati dipende in primis dalla capacità di agire su tutti i fattori quali ad esempio capitale umano ed investimenti in conoscenza,necessari a generare e diffondere innovazione nelle imprese e nel sistema paese per accrescere il grado di competitività totale,senza per altro trascurare l’importanza di porre in essere una visione sistemica in cui ciascuna azione praticata deve necessariamente risultare sinergica rispetto a tutte le altre.

CURRICULUM

Gianluca Alfonzetti, 28 anni di Mesagne (BR,) ha conseguito la laurea triennale in Economia Aziendale a dicembre 2010 con tesi in Informatica: ICT e digital divide, relatore il Prof. Agostino Marengo. Ha svolto un’esperienza lavorativa nella grande distribuzione con funzione di front-office per un periodo di tempo determinato ed è attualmente in cerca di nuova occupazione.

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