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India, Cina e Brasile nuovi fari per uscire dalla crisi mondiale

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Nascita, sviluppo e prospettive della depressione economica.

La crisi finanziaria scoppiata nell’estate del 2007, sul segmento dei mutui immobiliari statunitensi è la più grave dal dopoguerra ad oggi. La tesi aff ronta affronta in primo luogo le cause determinati la crisi subprime, esaminando in seguito i suoi eff etti sullo scenario economico internazionale, in particolare le ripercussioni sulle economie di mercato emergenti. Il grave impatto della crisi sulle economie avanzate, sembra risparmiare almeno inizialmente le economie di mercato emergenti, le quali mostrano una maggiore tenuta di fronte alla crisi, e lievi cali del PIL solo a partire dal 2008.

In seguito però al ritiro degli investimenti da parte delle economie avanzate insieme ad una riduzione delle importazioni di materie prime e prodotti finiti, anche per esse la situazione precipita bruscamente. La tesi esamina infine la ripresa economica evidenziando uno scenario non dissimile da quello presente prima della crisi, con le economie emergenti che riacquistano un ruolo “traino” per lo sviluppo economico globale.

Le cause crisi subprime

La crisi subprime affonda le radici nella politica monetaria oltremodo espansiva scelta dalla Federal Reserve in risposta al crollo della new economy attraverso bassi tassi di interesse che incoraggiano le famiglie americane ad aumentare l’indebitamento per l’acquisto di abitazioni, scommettendo sul continuo apprezzamento degli immobili. Allo stesso tempo però dal tradizionale modello di intermediazione creditizia si è passati, in particolare negli Stati Uniti, a un sistema in cui i prestiti concessi, vengono rapidamente trasformati, attraverso la cartolarizzazione, in altri prodotti fi nanziari (cosiddetti strumenti “strutturati”: ABS Asset backed securities, CDO Collarized debt obbligation, ecc.) garantiti dai suddetti prestiti e quindi ceduti sul mercato. L’utilizzo di questi strumenti, ha permesso di ridurre il rischio, ridistribuendolo su una moltitudine di investitori, e di accrescere la disponibilità di capitale e ancora la capacità di prestito delle banche.

Alla complessità degli strumenti strutturati ha però fatto riscontro una sostanziale assenza di trasparenza, in particolare riguardo alla loro valutazione (nella quale un ruolo cruciale era occupato dalle agenzie di rating, senza particolari controlli da parte di regolatori pubblici o organi di informazione), legata a modelli statistici e spesso condotta sulla base di dati incompleti e insufficienti. Ma soprattutto i comportamenti opportunistici degli amministratori alimentati da un sistema di incentivi “distorto” – soprattutto con riferimento agli schemi di remunerazione e incentivazione dei manager – hanno spinto alla creazione di attività finanziarie inutilmente complesse e opache, impedendo di fatto una corretta valutazione del merito di credito e fi nendo spesso per determinare un’eccessiva assunzione di rischi.

Da giugno 2004 a giugno 2006 il tasso di riferimento statunitense inverte rotta e passa dall’1 al 5.25%, provocando un sensibile aumento del servizio dei mutui a tasso variabile. Tale combinazione tra prestiti ad alto rischio ed elevati tassi di interesse ha finito per generare una serie di insolvenze determinando il fallimento di numerosi istituti di credito. Nei mercati inoltre si propaga un’avversità diff usa a sottoscrivere azioni non potendo determinare quali di essi fossero legate ai mutui subprime, determinando pericolosi ribassi. La crisi dei mutui subprime USA si è velocemente propagata ad altri mercati finanziari ed ha finito permettere in discussione l’adeguatezza patrimoniale di grandi banche statunitensi ed europee.

La contrazione dell’attività nelle economie emergenti

Dallo scoppio della crisi sino a metà del 2008 le economie dei Paesi emergenti non segnano marcati rallentamenti. Gran parte delle crisi che hanno colpito i mercati emergenti negli anni ottanta e novanta era associata a un’inversione degli affl ussi lordi di capitali privati, dovuta alla perdita di fi ducia nelle politiche economiche di tali paesi. Nella crisi attuale, le dinamiche dei fl ussi di capitali sono piuttosto diverse. In primo luogo si diff onde la convinzione che i mercati emergenti fossero immuni dalla crisi e fonti di rilevanti opportunità economiche, giudicando inarrestabile la crescita dei relativi mercati al riparo delle turbolenze dei mercati delle economie avanzate. Infatti, con la notevole eccezione di alcuni paesi dell’ECO, prima della crisi molte economie emergenti avevano adottato solide politiche economiche e presentavano quindi, almeno inizialmente, una migliore capacità di tenuta di fronte all’inversione dei fl ussi. Le ragioni chiave che portano gli investitori a rifugiarsi in questi mercati erano essenzialmente due: lo stato di salute, attraente per la forte crescita economica e gli utili delle società.

Riguardo il primo punto infatti l’esposizione in particolare delle istituzioni finanziarie asiatiche ai titoli subprime rappresentava circa l’1% del totale dei loro attivi di bilancio, dunque molto limitata. Inoltre colpiti a suo tempo dalla crisi del 1997, questi paesi avevano fortemente ridotto il loro debito estero e i deficit di bilancio. Nel mercato dei titoli infatti le economie emergenti avevano registrato un performance superiore a quella dei paesi industrializzati. Questo stato di calma apparente è però crollato col fallimento di Lehman Brothers. Fino ad allora le perdite erano state indotte in larga misura dalle implicazioni della crisi per la domanda di esportazioni, sia tramite l’impatto della minore domanda sui prezzi delle materie prime.

Dopo il fallimento di Lehman Brothers, le attività dei mercati emergenti in generale si sono ulteriormente indebolite, in quanto i dubbi sulla solidità dei sistemi bancari delle principali economie hanno suscitato timori riguardanti a un tempo il tracollo della crescita mondiale, il ribasso delle materie prime e la disponibilità di fonti esterne di fi nanziamento. Di conseguenza, i differenziali sul debito sovrano si sono ampliati drasticamente, e i valori di borsa, precipitati in parallelo con quelli delle economie industriali, segnando un declino sensibilmente superiore rispetto ai precedenti periodi di turbolenza.

La ripresa economica

Fra inizio settembre e fine novembre 2009 un flusso costante di notizie macroeconomiche prevalentemente positive ha rassicurato i mercati, convincendoli di un cambiamento di rotta dell’economia mondiale. I dati preliminari sulla crescita del PIL statunitense nel terzo trimestre del 2009 mostravano che la più lunga e profonda recessione americana dell’era postbellica era giunta al termine. Nello stesso periodo anche l’economia dell’area euro faceva registrare una crescita per la prima volta dagli inizi del 2008, mentre quella giapponese segnava la seconda espansione trimestrale consecutiva.

L’ampia portata delle misure anti-crisi adottate dai governi durante l’anno passato, e il livello senza precedenti di coordinamento delle varie politiche economiche nazionali sembrano essere riuscite ad evitare una crisi di proporzioni storiche. Pur aspettandosi un proseguimento della ripresa, a tratti gli operatori hanno mostrato preoccupazione circa i tempi e la confi gurazione che questa potrebbe assumere. Tale sentimento è stato alimentato anche dalla disomogeneità della ripresa nelle varie regioni del mondo, che si temeva potesse accrescere il rischio di accumulo di squilibri pericolosi, e quindi comportare ulteriori diffi coltà per i responsabili delle politiche.

In tale contesto i mercati si sono allarmati quando Dubai World, uno dei tre veicoli pubblici di investimento strategico del paese, ha annunciato inaspettatamente la richiesta di una sospensione dei pagamenti sul proprio debito mentre ne rinegoziava le scadenze; e a causa del cattivo stato dei conti pubblici di alcuni paesi europei come Grecia e Spagna che hanno causato pesanti perdite in borsa. Mentre per le maggiori economie emergenti, come Cina, India e Brasile, i cui tassi di crescita del PIL erano calati assai meno di quelli delle economie avanzate durante la crisi, non solo si sono riprese molto più velocemente, ma si prevede per essi un’espansione a ritmi decisamente più rapidi nei prossimi cinque anni, ed un ruolo di traino per l’economia mondiale.

CURRICULUM

Davide Di Schiena, 28 di Andria (BT), ha conseguito a marzo 2010 la laurea triennale in Economia e Commercio.
Attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in “Economia degli intermediari e dei mercati finanziari”, svolge attività di praticantato presso uno studio commerciale e lavora presso un ordine professionale come collaboratore amministrativo.

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