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Col manuale del candidato Cicerone fa sempre scuola

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Il “Commentariolum petitionis” anticipa le tecniche di marketing politico del XX secolo.

Operetta tanto singolare, quanto altrettanto controversa, è il Commentariolum petitionis, che persino in quel recente ambito di studi, qual è la comunicazione politica, trova il suo rilievo. Luca Fezzi traccia un parallelo tra il sistema elettorale presente nel Manualetto e quelli attualmente in uso nelle democrazie occidentali, rileggendo l’opera in chiave mediatica, mentre Gianpietro Mazzoleni si è persino spinto a sostenere che il Commentariolum petitionis “anticipa le tecniche di marketing politico messe a punto dagli esperti di comunicazione del XX secolo”.

La cornice storica ci rimanda alla vigilia del 63 a.C., anno convulso e politicamente fervido che vedeva Marco Tullio Cicerone, homo novus dal curriculum già invidiabile, aspirare alla carica di console. Uno dei personaggi più emblematici della storia romana, oltre che della civiltà letteraria, diventa l’interlocutore di riferimento del Manualetto, allestito presumibilmente dal fratello minore Quinto per sostenere al meglio la sua candidatura. Il ruolo di quest’ultimo è decisamente interlocutorio: dall’altro lato della barricata lo si vede agire nell’ombra, dispensare consigli e assumersi anche in prima persona la responsabilità di un supporto elettorale. Egli ammette che la sua posizione non gli darà mai il diritto di “saperne più di Cicerone”: il suo valore aggiunto sta semplicemente nel supporto organizzativo fornito al candidato, che non può farcela da solo per via dei suoi mille impegni.

Di qui il ricorso a una prima persona plurale, che li vedrà giocare insieme una partita aperta e combattuta. Nello scenario di un dialogo apparentemente privato – quale quello tra Cicerone e Quinto – si svela una dinamica ricorrente in ogni vera campagna elettorale, segnata dal divario tra l’uomo prudente e il leader scaltro, la fi ducia negli ideali tradizionali e l’esigenza di “convertirsi”, per il tempo della campagna elettorale, ai nuovi codici – per così dire – extra-valoriali dettati dalla contingenza politica. L’importante è colpire nel segno senza esclusione di colpi, perché durante le elezioni tutto è concesso ed è ugualmente indispensabile.

Spin doctor “ante litteram”

Nelle dinamiche delle attuali campagne elettorali ritroviamo una fi gura ben precisa – di cui Quinto sarebbe un precursore ante litteram – deputata a tenere in modo organizzato le fi la registiche delle elezioni: lo spin doctor. L’espressione è tratta dal mondo anglosassone, dove il verbo spin designa nel linguaggio sportivo l’eff etto dato alla palla, ma nel gergo politico, più precisamente, è passato ad indicare l’arte di infl uenzare i mass media, al fi ne di vendere un leader e le sue idee a stampa, tivù e popolazione nel modo più seducente possibile.

Lo spin doctoring, pertanto, è diventato il mestiere per antonomasia degli strateghi delle campagne elettorali. L’argomento ha assunto ampio rilievo nella pubblicistica, che vede nello spin doctor il capostipite del marketing elettorale nella misura in cui applica alla politica le leggi della pubblicità. Il suo compito, come spiega Duncan Watts, docente di sociologia alla Columbia University, è quello di “massaggiare il messaggio”, cioè di estrarre il meglio da qualsiasi situazione in cui è implicato il leader, fornendo “una versione aggiustata di un evento-notizia o di una decisione impopolare”. Stando anche agli studi approfonditi di Esser, Reinemann e Fan, co-autori di uno studio comparato sugli spin doctors tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, il profi lo che ne vien fuori è quello di una fi gura ai margini tra il sistema della politica e quello della comunicazione, determinante per il candidato che vuole gestire un’immagine forte e vincente di sé.

Conoscendo bene la logica mediale, lo spin doctor dispensa consigli e suggerimenti, “presentando ai media il volto migliore del candidato politico”. Anche in un’era quale quella romana, petere e petitio rinviavano appunto, nel loro signifi cato originario, a quest’intensa attività di capillare sollecitazione di consensi a cui era impossibile sottrarsi. Lo stesso termine candidatus (candidato), ancor’oggi presente nella lingua italiana, trae origine com’è noto da un costume tutto romano, secondo cui l’aspirante a una magistratura indossava la toga candida nelle apparizioni pubbliche, sebbene gli antichi lo avessero proibito come segno di ostentazione disdicevole.

In un'epoca orfana dei mezzi di comunicazione di massa, accentuare il candor delle proprie vesti era un segno di riconoscimento: incarnava uno dei tanti modi accattivanti per far parlare di sé e non passare inosservati. Indossare un abito particolare equivaleva a rifarsi il look per una questione d’immagine, rientrava cioè nell’operazione di make-up funzionale alle epifanie in pubblico con i potenziali sostenitori e in generale con gli elettori.

Strategie comunicative (quasi sempre) sempreverdi

Restando in tema, utili spunti di rifl essione e sistemazione ai fi ni di questo studio sono suggeriti da un articolo del giornalista Enrico Franceschini (La Repubblica, 1 settembre 2003). Quest’ultimo si è ispirato sia al manuale di public speaking, You are the message di Roger Ailes, leggendario consulente prima di Reagan e poi di Bush senior, sia ai contribuiti dei consulenti di Bill Clinton, ripercorrendo una serie di consigli che i supporter odierni sono soliti suggerire ai candidati per cui lavorano:

  • il messaggio: deve essere chiaro, conciso, positivo e ottimistico (se si ha poco tempo per un discorso, meglio ridurlo che rovinarlo per la fretta).
  • il portamento: si ricollega a una buona immagine da dare di sé, evitando di grattarsi il naso o i capelli perché così si tradisce disagio.
  • la preparazione: parte dalla cura dell’abbigliamento e si esplica nella cornice della conferenza stampa.
  • gli amici: sono i giornalisti della stampa e della tivù di cui procacciarsi la benevolenza.
  • i portavoce: corrispondono ai funzionari e intellettuali pronti a comprovare l’appoggio ai leader di un partito.
  • gli avversari: sono i delatori che sferrano gli attacchi, a cui bisogna reagire smentendo, contraddicendo, diff ondendo informazioni negative sul loro conto.

Nell’ottica di un lettore di ieri e di oggi, il nostro Commentariolum risulta, a sua volta, un vero e proprio vademecum elettorale dall’imprescindibile valore normativo, che ruota intorno a categorie per larga parte assimilabili alle regole di condotta e comunicazione politica odierne. Interpellato in chiusura del lavoro di tesi, non a caso Franceschini commenta con lucidità il curioso corto circuito tra la storia antica e l’attualità: “Le regole della comunicazione, dell’oratoria, della propaganda nell’antica Roma restano per molti versi ancora valide nell’Impero d’Occidente che ne ha preso il posto oggi, sebbene in fase di declino. Ma, come insegnava Marshall McLuhan, oggi ‘the medium is the message’, ovvero il mezzo attraverso cui comunichi trasforma la sostanza del messaggio. Perciò non tutto quello che valeva al tempo di Cicerone vale al tempo, molto più veloce, di Obama e Berlusconi”.

CURRICULUM

Luciano Traversa è nato il 13/04/1986 a Bari. Ha conseguito in data 23/11/2010, presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, la Laurea Magistrale in Filologia Moderna (dopo la Laurea Triennale in Editoria e Giornalismo) con 110 e lode. La tesi, in Storia Economica e Sociale del Mondo Romano dal titolo ‘Comunicazione e partecipazione politica nella Roma tardorepubblicana’, è in attesa di  pubblicazione nel circuito accademico.
Traversa svolge anche collaborazioni giornalistiche su testate nazionali (Tv Oggi e Oggi - Rcs) e web (Tv Blog.it).

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