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All’economista non basta l’economia. Il capitale umano è fattore essenziale

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Un approccio “cognitivista” per interpretare scelte non sempre legate alla razionalità.

Il lavoro di tesi si origina a partire da due riflessioni di fondo. Una legata all’imperfetta razionalità che caratterizza le decisioni individuali, meglio definita dal premio Nobel Herbert Simon con l’espressione razionalità limitata. L’altra magistralmente espressa dalle parole di Friedrick von Hayek, secondo il quale un economista che è solo un economista non può essere un buon economista. Pertanto, per coniugare queste due questioni, ci si è avvalsi dell’economia cognitiva che fa propri strumenti di analisi interdisciplinari. Nello specifico, questa disciplina è quella branca dell’economia, affermatasi nell’ultimo ventennio del secolo scorso, che studia le operazioni di ragionamento e i processi di adattamento assunti dagli attori economici nel corso delle loro interazioni. La tesi è strutturata in tre sezioni.

Nella prima parte si passa in rassegna lo sviluppo e l’evoluzione dell’economia cognitiva come disciplina scientifica. Si è tentato di individuarne le radici storiche, rintracciabili già nelle considerazioni di illustri filosofi del Settecento come David Hume ed Adam Smith. Quest’ultimo, nello studio della naturale socialità umana, dimostrò come la condotta dell’uomo non persegua unicamente fini razionali ed egoistici. Nell’Ottocento il fondatore della scuola di Cambridge, Alfred Marshall, diede un forte impulso alla nascita dell’approccio cognitivo, dedicandosi allo studio della filosofia e della neurobiologia. Successivamente Carl Menger, promotore della scuola Austriaca, in critica all’approccio neoclassico (nello specifico all’equilibrio economico generale walrasiano) evidenziò l’importanza delle istituzioni e della conoscenza nelle dinamiche di apprendimento e di scelta economica. Nello stesso periodo gli istituzionalisti americani, fra i quali va ricordato Veblen, adottavano un approccio diacronico e rimarcavano il ruolo delle istituzioni formali ed informali nei processi socio-economici.

Nei primi anni del Novecento l’economista Frank Knight mise in evidenza il ruolo che riveste l’incertezza nelle decisioni economiche. Anche Keynes, quando abbracciò la prospettiva marshalliana che proponeva una scienza economica basata sulla logica ma anche sull’induzione e su un’ampia conoscenza dei fatti, riconobbe di non aver dato la giusta rilevanza alla vagueness che caratterizza tutta la conoscenza ed impedisce di fondare logicamente la probabilità.

Ma è solo a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta che due fondamentali contributi rendono possibile il consolidamento dell’approccio cognitivo in economia. Da una parte, il survey method dello psicologo americano George Katona apre la strada alla cooperazione fra la psicologia e l’economia; dall’altra, l’economista francese Maurice Allais, introducendo la pratica della sperimentazione in ambito economico, minò il paradigma neoclassico e in particolar modo la teoria dell’utilità attesa.

Sempre in quegli anni, grazie anche all’affermazione del cognitivismo in psicologia, due illustri studiosi analizzarono il modo in cui gli esseri umani percepiscono il loro ambiente e, più in generale, la rilevanza degli aspetti psicologici nelle dinamiche socio-economiche. I due economisti in questione furono l’americano Simon e l’austriaco Hayek. Per i due scienziati è molto difficile, se non in situazioni estremamente semplici, che i soggetti costruiscano la conoscenza in un mondo non ergodico caratterizzato spesso da incertezza e asimmetrie informative. Inoltre, date le limitate capacità cognitive e di calcolo, gli individui sono incapaci di realizzare scelte “ottime” e quindi agire in base a criteri di razionalità assoluta. Nella seconda metà del XX secolo, Daniel Kahneman ed il suo più giovane collega psicologo Amos Tversky, pubblicarono decine di lavori scientifici in cui fu ampiamente discussa una nuova modalità di studio su come le persone valutino l’incertezza e prendano decisioni. Di particolare rilievo a tal riguardo, appare il loro contributo nell’elaborazione dei principi psicologici che governano il determinarsi delle alternative nel processo di decision–making, mostrando come le nostre preferenze varino sensibilmente in base alle modalità con cui esse si presentano e vengono identificate.

Negli ultimi anni alcuni studiosi, fra i quali Vernon Smith, Alvin Roth, Charles Plott, John Hey e James Andreoni, ricorrendo in maniera sistematica alle attività sperimentali, hanno consapevolmente infranto più di una regola imposta dall’approccio metodologico “modernista” dominante in ambito economico. Tale impostazione, come nota McCloskey, mette al bando l’uso di questionari individuali, ritenendoli assolutamente inutili perché gli esseri umani possono mentire e rigetta ogni forma di introspezione da parte dell’attore, ritenendola incapace di produrre conoscenza scientifica, perché non c’è modo di collegare il soggettivo all’oggettivo. Va detto che sul fronte della critica agli assunti delle impostazioni “ortodosse”, negli ultimi anni si sono impegnati numerosi autori appartenenti a scuole diverse da quelle che fanno capo all’economia cognitiva.

Tuttavia, gli economisti cognitivi hanno offerto un approccio interdisciplinare fondato sull’uso della psicologia cognitiva per lo studio del problem solving, del decision–making e del cambiamento, nonché per la spiegazione della natura e dell’evoluzione di organizzazioni e istituzioni economiche in situazioni caratterizzate da incertezza strutturale. Partendo dall’idea di Karl Polanyi, secondo cui l’economia dell’uomo, di regola, è immersa nei suoi rapporti sociali, ci si è soffermati sul ruolo cruciale che rivestono le relazioni intersoggettive nella formazione della cognizione sociale individuale e del framework collettivo. Nello specifico, nella seconda parte viene presentata una critica, elaborata tramite gli strumenti dell’economia cognitiva, mossa all’uso strumentale che l’economia neoclassica fa del capitale sociale.

Secondo Robert Solow, gli economisti che si sono occupati di capitale sociale hanno cercato: “to get at something difficult, complicated, and important: the way a society’s institutions and shared attitudes interact with the way the economy works. It is a dirty job, but someone has do it; and mainstream economics has puristically shied away from the task” (Solow 2000, p. 6). Questo lavoro sporco, come lo definisce Solow, è stato fatto ancora una volta con un atteggiamento colonialistico, in quanto il capitale sociale è diventato per essi una nuova impresa del cosiddetto imperialismo economico. Nella terza ed ultima parte della tesi si presentano i risultati conseguiti mediante una ricerca sul campo riguardante i significati che i giovani attribuiscono al lavoro, ponendo attenzione a rilevare le possibili differenze di percezione fra un laureando del Nord Italia e uno del Sud Italia, in particolare degli studenti delle Università del Salento e del Piemonte Orientale.

Si è provato a raccontare i loro livelli di aspirazione, ma anche il loro stato d’animo e le sensazioni provate in questa delicata fase della loro vita. Inoltre si è chiesto loro di comparare la propria situazione con quella dei coetanei, muovendosi secondo una prospettiva di analisi diacronica e spaziale. Dalle testimonianze è emerso che il lavoro costituisce un’esperienza centrale per un giovane in quanto è indispensabile nei progetti di vita. Esso incorpora elementi non solo economici, ma anche relativi agli aspetti culturali, psicologici e sociali. Il lavoro diventa fatto sociale perché c’è, perché manca, perché è difficile da trovare, perché occupa tempo di vita, molto o poco che sia, perché costituisce un forte elemento identitario individuale e collettivo. In questa accezione, esso diviene un’indispensabile chiave di lettura dei legami e, soprattutto, delle trasformazioni sociali. È dunque plausibile, parlare di un senso intimo del lavoro che nasce e influenza la coscienza di ogni singolo individuo. Condividendo l’idea di Polanyi secondo cui we know more then we can tell, scopo della tesi non è quello di fornire una soluzione definitiva a qualcosa, ma piuttosto proporre un criterio di osservazione alternativo, magari più complesso e criticabile rispetto ad altri, da adottare in futuro nella lettura dei fenomeni economici.

CURRICULUM

Gianluca Palma, 28 anni di Botrugno (LE), si è laureato con lode in Scienze dello sviluppo presso l’Università del Salento discutendo una tesi in Economia Politica dal titolo “Economia cognitiva e capitale sociale”. Attualmente frequenta il master in Management e governance del territorio e collabora con il Centro Studi Economici dell’Università del Salento e l’Associazione Programma Sviluppo di Taranto.

Commenti  

 
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