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L’internazionalizzazione genera la “performance” delle aziende.

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Teorie economiche e commercio internazionale

L’analisi degli effetti dell’internazionalizzazione sulle imprese deve necessariamente partire dalla constatazione che il fenomeno è di tipo multidimensionale; questo può avvenire attraverso scambi commerciali, trasferimento di attività all’estero, acquisizioni, fusioni e forme sempre più complesse.

Lo sviluppo di nuove modalità di internazionalizzazione, che vanno oltre la forma tradizionale degli scambi commerciali, ha l’obiettivo di eliminare gran parte degli ostacoli alla libera circolazione di beni, servizi, capitali, persone e conoscenze. Questo si traduce, dal punto di vista del sistema produttivo, nell’attivazione da parte di più imprese di processi di internazionalizzazione che prima erano appannaggio, quasi esclusivamente, delle imprese più grandi dei paesi industrializzati, le uniche in grado di operare con una presenza diretta sui maggiori mercati internazionali.

L’affermarsi di una nuova era di internazionalizzazione diffusa ha portato anche le PMI a prendere parte in modo più estensivo a questi processi. I mercati si sono integrati e dotati di infrastrutture, i costi di trasporto e di comunicazione si sono drasticamente ridotti, le preferenze e i gusti dei consumatori si sono tradotti in una domanda che si affranca sempre più dagli ambiti strettamente nazionali. In questo contesto, l’internazionalizzazione diventa indispensabile nelle strategie aziendali sia per conquistare nuove quote di mercato sia per difendere le posizioni acquisite. La ricerca prende in rassegna i contributi più recenti della letteratura economica sul tema del commercio internazionale. Questi contributi hanno posto l’accento sull’impresa come soggetto generatore degli scambi tra paesi e hanno preso in esame l’eterogeneità tra le singole imprese. L’internazionalizzazione ha costi specifici per prodotto e mercato, che sono irrecuperabili e quindi possono essere sostenuti dalle imprese più produttive. Vi è pertanto un’“auto-selezione” delle imprese che accedono ai mercati esteri. La direzione di questo effetto non è univoca; vi è infatti chi sostiene che l’attività di internazionalizzazione favorisca “processi di apprendimento” che rendono le imprese che li attuano più efficienti. Mentre vi è un’evidenza empirica relativamente robusta sul primo effetto (“autoselezione”), non vi è concordanza sulle verifiche relative al secondo. Sono stati analizzati alcuni studi empirici che concentrano l’attenzione sui cosiddetti “premi all’esportazione” ossia sulle migliori performance delle imprese esportatrici rispetto a quelle non esportatrici e delle imprese che effettuano IDE (Investimenti Diretti Esteri) su quelle esportatrici.

L’internazionalizzazione ha inoltre effetti rilevanti sulla crescita economica, anche se attuata in modo non diretto, attraverso esternalità positive in termini di acquisizione di conoscenze e tecnologia da parte dell’impresa che si internazionalizza, con un impatto favorevole, quindi, su produttività e competitività.

Il database e l’analisi econometrica

Lo studio considera tre banche dati relative alle imprese che, dal 2000 al 2007, hanno esportato: Analisi Informatizzata delle Aziende (AIDA) che contiene i bilanci e altri rapporti commerciali e societari di oltre 500.000 società di capitali operanti in Italia; Centrale dei bilanci (CE.BI.), che contiene informazioni contabili di oltre 37.000 società di capitali italiane a partire dal 1982; Società per i Servizi Assicurativi del Commercio Estero (S.A.C.E). Da tale database sono state prelevate informazioni sul numero e tipo di operazioni e sul paese di destinazione per cui l’impresa richiede copertura assicurativa.

È stato costruito un unico database per studiare meglio l’effetto “internazionalizzazione” delle imprese italiane dell’industria manifatturiera (ATECO 2007). Il periodo di riferimento è il 2000-2007 e come variabile dimensionale è stato considerato il numero dei dipendenti. Da AIDA sono state estratte tutte le imprese manifatturiere con un numero di dipendenti maggiore di 10, escludendo quelle con bilancio consolidato per evitare duplicazioni. La numerosità è di oltre 35mila aziende per le quali sono state rilevate le principali poste di bilancio. Nello specifico le voci dello stato patrimoniale considerate sono: le immobilizzazioni (materiali, immateriali, e finanziarie), il totale dei crediti, il totale dell’attivo, il patrimonio netto, il totale dei debiti. Per quanto attiene il conto economico, le voci rilevate sono: i ricavi delle vendite, il valore aggiunto, il margine operativo netto, il costo del lavoro, gli ammortamenti e svalutazioni e il risultato lordo di esercizio. Si è proceduto all’eliminazione delle imprese in situazioni particolari, come ad esempio quelle in fase di liquidazione o con valore aggiunto negativo. Il “campione AIDA” è stato confrontato con il collettivo CE.BI.; questo presenta un numero minore di aziende, per le quali si dispone però dell’informazione sul fatturato estero. È così stato ottenuto un insieme di 10.400 imprese per le quali si dispone di informazioni sia di bilancio che di export. Sono state poi individuate, all’interno del nuovo collettivo, le imprese che nel periodo considerato sono state oggetto di intervento SACE. Per queste imprese è stato considerato, oltre alla tipologia di operazione (credito fornitore, credito acquirente, investimento all’estero, garanzia all’estero) l’anno dell’operazione, il numero di operazioni effettuate e i paesi di destinazione. In base alle voci sopra elencate sono stati calcolati i principali indici di bilancio che sintetizzano gli aspetti più significativi della gestione aziendale. È stato, ricavato, infine, un panel di imprese per le quali, per tutti gli otto anni consecutivi, si dispone di tutte le osservazioni.

Si è così arrivati a una numerosità di 7.621 imprese. All’interno di questo insieme le aziende che hanno esportato, in almeno un anno dal 2000 al 2007, sono state 3.915 (il 51,4% del totale). Una prima analisi ha riguardato la stima delle performance economico-patrimoniali delle imprese esportatrici rispetto a quelle non esportatrici. A tal proposito è stato costruito un primo modello di regressione, con variabile binaria, per capire di quanto differiscono tra loro le imprese che esportano da quelle che non esportano in base ad alcune caratteristiche aziendali, rappresentate dagli indicatori di crescita. È emerso che le aziende esportatrici hanno in media una migliore performance; in particolare l’export-premium è il 44,7 % per la variabile vendite, il 31,7% per il risultato economico prima delle imposte, il 44,1% per il valore aggiunto, il 34,6% per il capitale investito, il 38,9% per il patrimonio netto e il 45,7% per l’attivo. Successivamente è stata effettuata un’analisi di regressione logistica volta a collegare meglio l’insieme delle variabili esplicative (indici di bilancio) alla probabilità che un’impresa sia esportatrice (internazionalizzata). A questo fine è stato definito un sottocampione di circa 900 imprese esportatrici, a cui sono state associate altrettante imprese non esportatrici.

Sono state poi selezionati, attraverso una metodologia di tipo backward stepwise (likelihood ratio), gli indici di bilancio con la maggiore capacità di spiegare la probabilità delle imprese di essere esportatrici. Tra tali indici è emersa la forte capacità esplicativa del rapporto attivo/passivo, interpretabile con i maggiori investimenti che le imprese internazionalizzate devono effettuare per entrare e rimanere sui mercati esteri, a conferma di quanto enunciato dalla teoria, circa l’esistenza di costi irrecuperabili che sono configurabili come spese per immobilizzazioni immateriali. Dimostrato l’effetto positivo dell’internazionalizzazione, è auspicabile qualsiasi intervento a sostegno di tale processo, quale ad esempio lo strumento assicurativo. A tal fine è stato considerato l’intervento di S.A.C.E, allo scopo di testare se l’essere “imprese assistite SACE” produca effetti positivi sulla capacità esportativa e sulla performance dell’impresa.

Individuato un campione di imprese che hanno avuto copertura SACE le stesse sono state associate ad altrettante imprese esportatrici che non hanno richiesto o ottenuto copertura per transazioni all’estero. Il risultato è che il ricorso alla copertura assicurativa risulta essere “premiante” in termini di crescita del rapporto tra fatturato estero e fatturato totale.

CURRICULUM

Giovanna Summo, ha conseguito la laurea specialistica in Consulenza professionale per le aziende con voti 110/110 e lode presso la facoltà di Economia  dell’Università degli Studi di Bari. Ha svolto uno stage presso l’Ufficio Studi Economici e Relazioni Istituzionali della S.A.C.E. (Società per i Servizi Assicurativi del
Commercio Estero) con sede a Roma. è di prossima pubblicazione un suo contributo scientifico al Rapporto ICE 2009-2010.

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