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In Italia la pubblicità è “ingannevole” se il consumatore non è consapevole.

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Nel mio lavoro di tesi, intitolata “Pubblicità ingannevole e risarcimento del danno”, ho esaminato la possibilità di considerare responsabile, in base all’ordinamento giuridico italiano, il produttore di sigarette per i danni subiti dai fumatori, in quanto, come ben sappiamo, sicuramente la sigaretta è il tipico esempio di prodotto il cui utilizzo provoca danni ai consumatori.
Cosicché  un’attenta e critica lettura di una sentenza in materia (sentenza 15 gennaio 2009, n. 794), nonché i recenti provvedimenti con cui l’Antitrust giudica la qualifica “light” (attribuita a determinate sigarette) come pubblicità ingannevole, pongono le basi per poter imputare al produttore di sigarette una responsabilità di natura extracontrattuale, ai sensi dell’art. 2043 c.c.. Responsabilità che emerge anche da un’accurata analisi della normativa specifica che disciplina la responsabilità per attività pericolosa, ai sensi dell’art.2050 c.c..

Il principio di diritto

La sentenza n. 794 del 15 gennaio 2009 delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione affronta il tema del risarcimento dei danni da fumo in seguito a pubblicità ingannevole, consistente nell’apposizione del segno descrittivo “light” sul pacchetto di sigarette.
Il principio di diritto formulato sulla questione afferma che “l’apposizione, sulla confezione di un prodotto, di un messaggio pubblicitario considerato ingannevole, può essere considerata come un fatto produttivo di danno ingiusto, obbligando colui che l’ha commesso al risarcimento del danno, indipendentemente dall’esistenza di una specifica disposizione o provvedimento che vieti l’espressione impiegata.
Il consumatore che lamenti di aver subito un danno per effetto di una pubblicità  ingannevole e agisca per il relativo risarcimento, non assolve al suo onere probatorio dimostrando solo l’ingannevolezza del messaggio pubblicitario, ma è tenuto a provare l’esistenza del danno, il nesso di causalità tra danno e pubblicità, nonché la colpa di chi ha diffuso la pubblicità, concretandosi essa nella prevedibilità che dalla diffusione di un determinato messaggio sarebbero derivate determinate conseguenze dannose”.
Il Collegio di Cassazione, dunque, sostiene che il messaggio pubblicitario ingannevole può atteggiarsi, ai sensi dell’art. 2043 c.c., come “fatto illecito” produttivo di danno ingiusto e, conseguentemente, il produttore di sigarette può essere sottoposto alla sanzione risarcitoria.
Dopo aver esposto il tema principale della mia tesi inerente alla responsabilità  del produttore di sigarette per pubblicità ingannevole e il conseguente risarcimento del danno, pongo l’attenzione su un quesito: al produttore di sigarette può essere imputata una responsabilità per attività pericolosa? L’attività stessa di produzione di sigarette può essere considerata un’attività pericolosa?
Ai sensi dell’art. 2050 c.c. “chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per la sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno”.

Le “attività pericolose”

Occorre, innanzitutto, definire le attività pericolose. Per attività pericolose s’intendono non solo quelle qualificate tali dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (tra cui rientrano le attività considerate in materia di infortuni e per la tutela dell’incolumità pubblica; tutte quelle altre attività che, anche se non specificate o disciplinate, abbiano comunque una pericolosità intrinseca od in ogni caso connessa alle modalità di esercizio o dai mezzi di lavoro impiegati); ma costituiscono attività pericolose anche quelle che comportano la rilevante possibilità del verificarsi del danno, per la loro stessa natura e per le caratteristiche degli strumenti utilizzati, non solo nel caso di danno come conseguenza di un’azione, ma anche nell’ipotesi di danno derivato da omissione di cautele.
La norma contenuta nell’art. 2050 c.c. si discosta rispetto alla norma dettata dall’art. 2043 c.c., la cui differenza consisterebbe nell’inversione dell’onere della prova: è il danneggiante (e non il danneggiato) a provare di aver usato tutte le misure idonee a evitare il danno e, quindi, di non essere in colpa.
Non basta, dunque, dimostrare la prova negativa di non avere commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, bensì occorre la prova positiva di avere impiegato ogni cura e misura atta a impedire l’evento dannoso, in modo che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre la prova liberatoria solo nel caso in cui la sua rilevanza od incidenza sia tale che il nesso causale tra attività pericolosa ed evento sia escluso in modo certo. Ne consegue che, nell’ipotesi in cui il danneggiato agisca per il risarcimento del danno subito, graverà su di lui il solo onere della prova dell’esistenza del nesso causale tra l’attività pericolosa e l’evento dannoso.
Ritornando all’argomento inerente alla negazione o meno della considerazione dell’attività di produzione di sigarette come esercizio di attività pericolosa, secondo alcuni critici, la produzione e distribuzione di sigarette presenta il carattere della pericolosità, in quanto provocano un danno alla salute del consumatore e, pertanto, quest’ultimo ha diritto al relativo risarcimento.

La mancata informazione

Conseguentemente, la mancata informazione su tali rischi al diritto fondamentale alla salute comporta la piena responsabilità del produttore, il quale, non avendo dimostrato di aver adottato tutte le cautele idonee a evitare il danno, di aver informato il consumatore dei rischi a cui andava incontro, anche in assenza di una disciplina di legge che prescrivesse specifici adempimenti in tal senso, è tenuto a risarcire il danno causato dagli effetti nocivi del consumo di tabacco.
Analizzando, però, in maniera più specifica il caso che ho trattato nel mio lavoro di tesi e, quindi, a seguito di molte riflessioni sulla questione sono giunta alla conclusione che la risposta alla domanda precedentemente posta è negativa. La produzione e commercializzazione di sigarette non rientrano tra le attività pericolose e il nesso causale tra la distribuzione di sigarette (che costituirebbe l’attività pericolosa) e il cancro polmonare contratto da un fumatore (che costituirebbe l’evento dannoso) è da escludersi nell’eventualità in cui egli abbia consumato le sigarette nella piena consapevolezza della potenzialità dannosa del fumo e del fatto che la sua assunzione in maniera ripetuta e costante avrebbe potuto provocare una sorta di dipendenza.
Infatti, secondo la sentenza del tribunale di Roma del 28 gennaio 2009, “nei confronti di chi produce e distribuisce sigarette non è invocabile il criterio di imputazione della responsabilità previsto per le ipotesi di esercizio di attività pericolose, posto che la pericolosità dei prodotti da fumo dipende anche dalla condotta di chi volontariamente li consuma”.
Un dato che consente di escludere l’applicazione dell’art. 2050 c.c. al caso di produzione e distribuzione di sigarette, è rappresentato dal fatto che la pericolosità del fumo non dipende solo dall’attività di chi produce o distribuisce i prodotti da fumo, bensì anche da chi volontariamente li consuma.
La condotta contestata ai convenuti, pertanto, va vista alla luce dell’art 2043 c.c., posto che la produzione e la vendita di sigarette sia attività  lecita, regolarmente autorizzata dallo Stato e che il fumo sia un’abitudine, non una forma di dipendenza.

Nessuna tutela

Concludendo, il nostro ordinamento giuridico non contiene alcuna normativa specifica a tutela dei fumatori danneggiati. Solo ultimamente si è ravvisato l’inizio di una tutela giuridica per le vittime del fumo. Ciò detto, si auspica, dunque, che il sistema giudiziario italiano imbocchi la strada che conduce al conseguimento di quei risultati già raggiunti nel contesto americano dove si registrano le prime vittorie dei cittadini, ex fumatori, a cui viene riconosciuto il risarcimento per le lesioni subite in seguito al consumo di tabacco.

CURRICULUM

Maria Martelli, 22 anni, nata a Bari il 18 dicembre 1987; ha conseguito la laurea triennale in Economia e Commercio nel 2010 presso la Facoltà di Economia di Bari con voto finale 110 e lode. Ha discusso la tesi di laurea in Diritto Civile dal titolo “Pubblicità ingannevole e risarcimento del danno”, sulla responsabilità del produttore di sigarette “light” per pubblicità ingannevole.

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