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Nell’evoluzione della politica il web aiuta la partecipazione

La dimensione simbolica della politica si mostra di proporzioni non inferiori a quella della religione: elezioni, incoronazioni e referendum sono esempi di atti politici la cui carica simbolica è pari a quella delle cerimonie sacre. Le competizioni e i conflitti politici sono inseriti all’interno di quadri simbolici attraverso cui gli attori definiscono ed interpretano la propria attività e, se si considera la legittimità come un accordo generale su segni e simboli, le élites dirigenti non possono esimersi dal prestarvi attenzione.

L’ambito di riferimento del simbolismo politico rinvia ad un’ampia categoria di difficoltosa delimitazione, all’interno della quale sono inclusi anche i modelli simbolici delle ideologie e delle utopie. L’ideologia implica il mito, se per mito si intende un sistema di giudizi di valore che si interpone tra l’uomo e la natura. Il
mito può definirsi quale complesso di opinioni in grado di indirizzare le inclinazioni biologiche dell’individuo, che esperisce il mondo agendo in conformità a tali idee. Nel mito l’emozionale convive con il razionale: sebbene non sempre possa essere espresso attraverso il lógos, non è detto debba manifestarsi contro di esso.

Nel XX secolo il potere propulsivo dei miti politici si è sclerotizzato nelle teologie dei totalitarismi, tuttavia l’appello all’emozione per orientare il popolo nella
partecipazione politica non è incompatibile in via di principio con i regimi democratici.

L’antropologia di Lévi-Strauss insegna che il mito appare come “opera di pieno diritto” in forma di narrazione e viene “messo in atto” nel rito. In politica il rituale appare come un dispositivo ineluttabile per l’attività di governo di ogni epoca e cultura. La natura fondamentalmente conservatrice del rito, tuttavia, non deve  condurre a sottostimare gli esempi storici di ritualità dirompente; in Italia un caso significativo è rinvenibile nelle strategie aggregative della Lega Nord degli
anni Novanta, periodo in cui il partito poteva ancora reputarsi mediaticamente resource poor. Nei comizi della Lega Nord della “fase eroica” le modalità di rappresentazione adottate avanzano una visione della realtà politica polarizzata sull’antitesi amici/nemici che compendia le coppie oppositive Nord/Sud, centro/periferia e vecchio/nuovo sistema. In questo modo si manifesta il fenomeno per cui viene a generarsi contemporaneamente integrazione e separazione:
verso l’interno il confine periferico del rito definisce il “noi” nel quale i self leghisti possono riconoscersi, mentre verso l’esterno si produce distinzione dal popolo italiano. Ancora oggi, nonostante gli incarichi istituzionali, le periodiche manifestazioni rituali di fedeltà ad un centro simbolico altro da quello italiano preservano, o tentano di preservare, la natura antagonista del partito.

La reiterazione delle liturgie padane si può interpretare come segno della precarietà dei dispositivi di invenzione culturale, che costringono gli stessi creatori a
costanti opere di manutenzione per preservarne l’efficacia simbolica. Si innesca, così, una trasformazione progressiva dei riti in obblighi cerimoniali che sottomettono anche le alte gerarchie di partito.

Detto altrimenti, la difficoltà di consolidamento di «una tradizione che non c’è» rende indispensabili cerimonie periodiche per ribadire il senso delle invenzioni. L’unico scopo della ritualità diviene il sostegno dell’invenzione ideologica, da cui neppure i leader possono prescindere per non rischiare di sfibrare l’identità del partito e, di conseguenza, della loro carica.

Se si estende la riflessione sul contesto politico italiano dal caso Lega Nord al complesso degli eventi dell’ultimo  ventennio, emerge una progressiva americanizzazione della politica, che, nella comunicazione di campagna, ha registrato lo slittamento dalla propaganda al marketing. Volgendo lo sguardo all’evoluzione storica della campagne elettorali, si riconosce un percorso di mutamento che muove dalla centralità dei “sistemi di credenze” delle ideologie
per giungere alla produzione degli “effetti di credenza” delle story. La comunicazione politica postmoderna, segnata dai processi di secolarizzazione intervenuti nelle società, non può rinunciare alla capacità di generare legittimità propria dei corredi simbolici. Venuti meno l’impegno e la partecipazione delle appartenenze ideologiche, la svolta narrativa del marketing politico più recente induce allo schieramento attraverso la semplificazione delle prese simboliche noi/loro,  buoni/cattivi e rigore/confusione. Lo storytelling riduce la complessità della realtà appagando il bisogno degli elettori di riconoscersi in un «noi» anche a fronte del crollo delle ideologie.

Il discorso politico americano ha mutuato gli strumenti dello storytelling dal marketing e del management aziendale che, dalla metà degli anni Novanta, hanno spostato il focus delle loro risorse comunicative dal logo alla story. Secondo Georges Lewi, professore all’École des Haute Études Commerciales, i consumatori postmoderni hanno bisogno delle proprie marche così come i Greci avevano bisogno di credere nei propri miti. L’obiettivo del marketing narrativo, dunque, non è convincere o sedurre il consumatore, ma produrre nei confronti delle marche effetti di credenza confacenti alla creazione di relazioni emozionali e singolari.
Analogamente per il successo alle urne è determinante la capacità di amministrare efficacemente il portafogli emotivo degli elettori e di veicolare valori che permettano loro di identificarsi nell’attore politico.

Se il marketing politico mira ad adeguare il candidato al suo elettorato potenziale, lo storytelling consente di orientare la circolazione delle emozioni tra i governati. Emerge per i candidati l’imperativo a non investire esclusivamente sui contenuti, che, per quanto possa apparire la via più ragionevole, potrebbe indurre a percepire i programmi come fossero “liste della spesa”. L’immagine dell’homo politicus quale attore di pura razionalità, che opera scelte di campo  attraverso il calcolo strumentale costs-benefits, non coglie l’interezza della natura umana. L’etimologia di emozione, non a caso, rimanda a movere, radice comune a motivazione; appare infondato, quindi, negare la possibilità di emozionarsi ragionevolmente. Il pericolo risiede, piuttosto, nella possibilitàche il know-how del marketing conduca alla sopraffazione dell’opinione pubblica da parte dall’emozione pubblica. La narrazione di storie rende immediatamente accessibile lo spazio simbolico della competizione politica, ma, al contempo, consente di incanalare nel manicheismo delle strutture  duali le ansie e le insicurezze dell’uomo postmoderno.

Alle verosimili prospettive apocalittiche all’orizzonte, però, bisogna accostare le potenzialità dello straordinario spirito comunitario che pervade la società  dell’informazione. La Big Conversation ha attribuito agli elettori un’inattesa facoltà di reazione al marketing politico e non solo; l’intelligenza connettiva ha scrollato le placche delle modalità classiche di gestione del consenso: onde “social”, ormai non più anomale, costringono gli attori politici a confrontarsi con la consacrazione telematica del passaparola.  Se la mediatizzazione della politica ha favorito il dumbing down del dibattito nella sfera pubblica, il villaggio globale  digitale ha caricato di profondità la dimensione della reputazione  di multinazionali e figure istituzionali, costantemente al vaglio di forme di condivisione tecnicamente inimmaginabili sino a qualche lustro addietro. Pur non intendendo attribuire al 2.0 inesistenti facoltà tecnotaumaturgiche, nella società delle relazioni si potrebbe scorgere nuova linfa per la partecipazione politica e per la difesa dell’esercizio del pensiero critico dagli strumenti della propaganda postmoderna e postideologica.

Curriculum

Luca Zanchi, 24 anni, ha conseguito con lode la laurea specialistica in Comunicazione sociale, istituzionale e politica presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo  Moro”. La tesi in Comunicazione politica, relatore prof. Eugenio Iorio, ha ottenuto la menzione speciale per la pubblicazione. Vincitore nel 2008 del premio Unicredit “Antonino Sarzana” come migliore laureato di primo livello della Facoltà di Scienze della Formazione.

Commenti  

 
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