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Sicurezza, espulsione ed emigrazione: vincono ancora troppi luoghi comuni.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 ha condannato il concepire l’umanità per comparti sociali e territoriali: “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”, ciò che conta è l’uguale appartenenza al genere umano, la fratellanza in diritti e dignità non conosce confini geografici etnici e politici.
Ma, ancor oggi, lo straniero rappresenta l’altro, il diverso, colui che non fa parte del gruppo, colui di cui non ci si fida, un soggetto pericoloso per l’ordine pubblico.
Il legislatore, oggi come ieri individua nell’espulsione la sola risposta a qualsiasi forma di irregolarità. La scelta metodologica delle normative in materia di immigrazione è fondata sulla creazione di due circuiti non comunicanti: quello della regolarità (conseguente all’ingresso attraverso il sistema dei flussi e il rinnovo puntuale del permesso di soggiorno) e quello dell’irregolarità.
Logica di fondo del d.l. 23 maggio 2008 n. 92, convertito con legge 24 luglio 2008 n. 125, è garantire una maggiore sicurezza dei cittadini rispetto a condotte criminali riferibili agli stranieri, mediante un “trattamento penale aggravato per lo straniero” attraverso la modifica di norme del codice penale quali: l’art. 235 c.p. e l’art 312 c.p., ampliando la portata applicativa dell’espulsione come misura di sicurezza, sia sul piano oggettivo che soggettivo. È stata infatti affiancata all’espulsione del cittadino extracomunitario, la misura dell’allontanamento del cittadino europeo, abbassando di gran lunga la soglia di applicabilità: ridotta ai casi di condanna ad un tempo superiore ai due anni di reclusione contro la precedente soglia di condanna a dieci anni di reclusione.
È stato altresì equiparato cittadino extracomunitario e cittadino di Stato membro della Comunità Europea (art. 235 comma 3 c.p.), in caso di violazione all’ordine di espulsione o allontanamento, aggravando la sanzione che l’art. 20 del D.lgs n. 30 del 2007 riservava al cittadino comunitario, prevedendo per entrambi la pena detentiva da uno a quattro anni.
Parte della dottrina, ha ravvisato la ratio delle novità apportate alla disciplina dell’allontanamento, nella volontà inequivoca di poter brandire l’arma dell’ “espulsione” contro “specifici destinatari” promossi in Europa “nonostante il brutto voto in condotta”, come i cittadini Rumeni. È opinione diffusa, l’ addebitare all’ingresso della Romania nella Comunità Europea l’aumento del flusso di persone con tale cittadinanza nel nostro Stato e da ciò l’aumento di criminalità.
I più imputano al fenomeno immigrazione l’aumento della criminalità, sulla base dell’aumento della quota di stranieri sul totale dei detenuti, dal 15,1% del 1991 al 37,5% del 2007, ma vi sono buoni motivi per considerarlo il meno affidabile degli indicatori dei reati commessi nel nostro Paese da cittadini non italiani.
In carcere si entra per ragioni molto diverse: per custodia cautelare, in attesa di giudizio, in esecuzione di pena.
La custodia cautelare è imposta molto più spesso agli stranieri, non avendo il più delle volte una fissa dimora; gli stranieri godono meno degli italiani delle misure alternative e di pene sostitutive alla detenzione; i reati commessi dagli stranieri sono quelli che più spesso portano in carcere.
Sulla scorta dei limiti dettati sia dal diritto comunitario che del diritto interno, potrà però disporsi l’allontanamento, solo nel rispetto della proporzionalità di tale misura alla gravità del reato commesso e solo ove la permanenza del cittadino comunitario sul territorio ospitante, rappresenti una minaccia concreta e seria agli interessi fondamentali della collettività.
Ma, l’innovazione più significativa dell’intero “Pacchetto sicurezza”, è nell’art. 235 c.p., con l’abbassamento della soglia oltre la quale il giudice deve ordinare (sempre previa verifica della pericolosità sociale), l’espulsione dello straniero condannato: tale modifica implica infatti una “mutazione genetica” dell’istituto dell’espulsione, che diventa da estrema ratio, strumento pressochè fisiologico di neutralizzazione della pericolosità sociale dello straniero.
Pericolosità sociale, che ad ogni modo, dovrà essere sempre accertata in concreto, secondo i canoni dettati dall’art. 203 c.p., differentemente da quanto suggerirebbe il presente indicativo dell’ art. 235 c.p., che sembrerebbe rendere tale misura obbligatoria.

Ordunque l’espulsione come sanzione sostitutiva alla detenzione e come misura alternativa alla detenzione, diventa strumento per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri.
Questo ha generato tanto in dottrina che in giurisprudenza, seri dubbi di legittimità costituzionale, in relazione all’art. 27 c.3 Cost. con riferimento alla funzione rieducativa della pena, e all’art. 3 Cost. data l’equiparazione tra situazioni disuguali, di casi in cui è già stato raggiunto l’obiettivo della rieducazione e casi in cui non sia ancora incominciato il trattamento rivolto a tale scopo.

Ma, la dottrina insegna che è fallace la contrapposizione tra rieducazione e prevenzione: il vero creditore della funzione rieducativa della pena è l’intera società, che trarrà beneficio dalla rieducazione con la diminuzione del crimine. La rieducazione è necessario che sia seria, effettiva e adeguata e che la pena sia necessariamente flessibile: in melius per tutti i casi di evoluzione positiva della personalità, in peius nel caso contrario, contro ogni prospettiva generalizzata, sia punitiva che perdonistica.
In tal senso, si è pronunciata la stessa Corte Costituzionale, nella sentenza n. 78/2007, dichiarando l’illegittimità del divieto di accesso alle misure alternative per l’intera categoria degli stranieri irregolari.

Tali osservazioni, valgono sia avuto riguardo all’espulsione come sanzione sostitutiva che per l’espulsione come misura alternativa alla detenzione, entrambe disciplinate all’art. 16 del D.lgs. 286/1998 ( Testo Unico in materia di immigrazione). Presupposto comune, è il sussistere delle condizioni di irregolarità previste per l’espulsione amministrativa all’art. 13 comma 2 del T.U. in materia di Immigrazione.
Data tale comunanza, con ordinanza n. 286/1998, la Corte Costituzionale ha ritenuto di natura amministrativa sia l’espulsione a titolo di sanzione sostitutiva che l’espulsione come misura alternativa alla detenzione, dopo numerose questioni di legittimità costituzionale sollevate dinnanzi ad essa.
Nonostante ciò, sono state addotte diverse argomentazioni in dottrina a favore della natura penale di entrambe le misure.
In ultimo la Suprema Corte di Cassazione penale con sentenza del 9 marzo 2009 n. 10752, ha ribadito, conformemente alla precedente ordinanza della Corte Costituzionale, la natura amministrativa dell’espulsione a titolo di sanzione alternativa, riconducibile nell’alveo delle misure alternative alla detenzione (e non delle sanzioni amministrative), anche se atipica, in quanto volta non a consentire l’inserimento del condannato nel contesto sociale attivo, ma a deflazionare la popolazione carceraria allontanando dal territorio dello Stato quegli stranieri, non appartenenti alla Comunità Europea, non in regola con il permesso di soggiorno, purché si tratti di pene contenute nei limiti dei due anni di reclusione e non siano di particolare gravità.
Vi è dunque una sorta di rinuncia da parte dello Stato alla pretesa punitiva (sospesa per dieci anni) a fronte del vantaggio immediato di evitare un sovraffollamento carcerario.

Resta fermo che in ogni caso, il giudice, dovrà astenersi dal disporre l’espulsione (di qualsiasi tipo) dello straniero, se nello Stato in cui è rinviato, possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua cittadinanza, religione, opinioni politiche (art.19 d.lgs 286/1998); inoltre, dovrà sempre bilanciare attentamente le ragioni di ordine pubblico o pubblica sicurezza che premono verso l’espulsione con il diritto dello straniero a non vedere recisi i propri legami familiari e sociali esistenti nel nostro Paese, siano essi giuridici o di fatto. Questo delicato processo di selezione richiederà uno straordinario impegno della magistratura.

Curriculum

Mariateresa Lorusso, è nata a Triggiano 25 anni fa. Si è diplomata con laurea Magistrale in Giurisprudenza presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari con voti 110/110 e lode, con una tesi in Diritto Penale “I provvedimenti di espulsione e di allontanamento dal territorio dello Stato nel diritto penale dell’immigrazione”. Relatore il professor Vito Mormando. Oggi la dottoressa Lorusso è praticante in uno studio legale.

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