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Una bufera finanziaria annunciata. Nella storia recente c’era l’allarme.

La bufera finanziaria che ha inesorabilmente coinvolto tutto il mondo, imperversa oramai, da oltre due anni. Una crisi così profonda non la si vedeva dagli anni ’30 e gli effetti della recessione, sono tuttora presenti.

Diverse cause sono state individuate per spiegare un fenomeno che, in effetti, non può sorgere dal nulla: la politica espansiva di Greenspan, l’opaca ingegneria finanziaria, i mutui subprime, sono solo alcune.
La crisi dunque, non era né inaspettata, né imprevedibile. Se imparassimo a volgere lo sguardo al passato, ci renderemmo conto che, solo un ventennio fa, un susseguirsi di eventi analoghi, ha segnato la storia di una grande potenza economica: il Giappone. Il confronto con il famigerato “decennio perduto”, sembra oggi doveroso.
Durante gli anni ’80 l’economia nipponica risultava prospera e fiorente, a tal punto da spaventare Stati Uniti ed Europa, con livelli di crescita del PIL, superiori al 6% annuo. L’apertura del paese all’economia estera, provocò una battuta d’arresto a cui il Governo rispose con un repentino abbassamento dei tassi di interesse (strategia che ricorda i provvedimenti adottati da Greenspan, per far fronte agli shock delle dot.com e dell’attacco alle Torri dell’11 Settembre). La politica monetaria espansiva è certamente uno strumento in grado di rilanciare un’economia momentaneamente in stallo, ma se protratta troppo a lungo, rischia di favorire un eccessivo indebitamento ed un elevato grado di speculazione. Il fermento, il benessere e il basso costo del denaro, hanno portato i giapponesi degli anni ’80 e gli statunitensi del nuovo millennio, ad aumentare il livello d’indebitamento e gli investimenti, favorendo in particolare, il settore immobiliare. In una nazione ad alta densità di popolazione come il Giappone, il possesso della terra è da sempre simbolo di agio e ricchezza, mentre la politica statunitense della casa per tutti, ha spinto anche soggetti con scarse capacità creditizie, a richiedere finanziamenti da destinare all’acquisto di un’abitazione. La casa e la terra, dunque, considerate oggi come allora, beni preziosi e possibilità di profitto.
In un periodo di simile congiuntura positiva, come spiega anche Hyman Minsky nel suo noto modello di ciclo economico, si fanno avanti liberalizzazione e innovazione finanziaria e conseguentemente, l’ampliamento della concessione di credito. Non è un caso che proprio negli anni ’80 siano stati sperimentati in Giappone, i primi mutui centennali o che negli anni appena trascorsi, siano nate nuove forme di finanziamento, anche a lungo termine, destinate a categorie di soggetti come i subprime.
La forte espansione economica, i bassi tassi di disoccupazione e la facilità di reperimento del denaro, hanno incitato famiglie e imprese ad investire nei settori edilizio ed immobiliare, i quali presentavano prezzi in continua ascesa e buone possibilità di guadagno.

Si compra oggi per rivendere domani, lucrando sull’aumento certo del prezzo. Non è difficile intuire come l’esuberanza irrazionale si faccia strada in un’economia così in fermento, gettando ottime basi per la nascita di una bolla speculativa: fino a quando i prezzi continuano la loro (apparentemente) inarrestabile crescita, il mercato rimane dinamico, i titoli azionari salgono e gli agenti economici si indebitano concedendo come garanzia collaterale, lo stesso immobile per il quale stanno richiedendo il finanziamento. Ma quando una bolla finanziaria si gonfia, è destinata inesorabilmente a scoppiare e in Giappone allora, come negli Stati Uniti di recente, il catastrofico momento non ha tardato ad arrivare.
Nel 1989, l’allora Primo Ministro giapponese, dichiarò esplicitamente di voler rallentare l’eccessivo fermento dell’economia, con una manovra che prevedeva l’innalzamento dei tassi di interesse. Di certo non si aspettava il sopraggiungere di un lungo decennio di profonda recessione. Il sistema economico subì un duro contraccolpo: le imprese si ritrovarono con enormi perdite in bilancio e nella maggior parte dei casi, costrette al fallimento, il sistema bancario fu colpito da una grave crisi sistemica, mentre la paura della popolazione, portò l’intero paese verso una spirale deflazionistica, meglio nota come trappola della liquidità. I ripetuti (ma poco mirati) interventi di politica fiscale, non hanno risollevato le sorti della grande potenza, convinta tra l’altro, che la recessione fosse passeggera e che la crescita sarebbe ripresa ancora più fiorente che in passato. Solo nel 1997, con l’avvento della crisi asiatica, il Giappone comprese che c’era bisogno di provvedimenti specifici, di una ristrutturazione profonda del sistema bancario ed imprenditoriale.
Nel caso dell’attuale crisi, lo scoppio della bolla del settore immobiliare, è stato innescato dalle sempre maggiori insolvenze della fascia dei mutui subprime, che non solo hanno provocato perdite in bilancio nelle istituzioni concedenti, ma hanno trainato verso il basso i diversi titoli strutturati ad essi correlati. La cronologia degli spiacevoli eventi susseguitesi dall’estate 2007, è purtroppo nota a tutti. Quello che dovrebbe stupire, è l’apparente mancanza di campanelli d’allarme in grado di segnalare i pericoli in cui incorrevamo. La sorprendente analogia con gli eventi accaduti in Giappone, dovrebbe farci riflettere: non abbiamo imparato nulla dalla storia o siamo stati ciechi a tal punto da ripercorrere gli stessi errori senza accorgercene? I primi segnali della bolla finanziaria erano presenti da diversi anni, quando economisti come Case e Shiller, raccogliendo dati e tracciando grafici sull’andamento dei prezzi delle case, avevano segnalato una preoccupante impennata già nel 2004. Anche l’attuale governatore della Fed, Ben Bernanke, manifestò nel 2005, qualche perplessità sull’eccessivo livello di indebitamento statunitense e sull’elevato deficit delle partite correnti. Ma a questi ed altri soggetti insospettiti dall’andamento dei mercati, non è stato dato ascolto, forse per superficialità, o per la presenza di forti conflitti di interesse o per la mancanza di chiare regole finanziarie. Certo è, che il disastro è arrivato e ora dobbiamo guardare al futuro cercando di non ripetere gli errori del passato e cadere in un nuovo decennio perduto. È inutile continuare a ripetere che “la svolta è dietro l’angolo” quando l’elevato tasso di disoccupazione scoraggia la popolazione, come pure sono vani gli aiuti fiscali non accompagnati da provvedimenti specifici per la ristrutturazione innanzitutto del sistema bancario e dei criteri di vigilanza. Il carattere internazionale dell’attuale crisi, richiede l’impegno congiunto di tutti i paesi coinvolti, per restituire fiducia agli operatori economici e rimettere in moto l’economia.
In sostanza, la crisi non è ancora finita, e soprattutto non sappiamo tutt’oggi, come saranno affrontate le difficoltà legate all’uscita dalla stessa. Eventuali errori tecnici o politici in questa fase, potrebbero avere conseguenze durature sugli scenari economici, sulla distribuzione del potere tra diverse parti del mondo e sulla divisione dei compiti tra Stato e mercato. È fondamentale comprendere a pieno il contesto economico in cui ci ritroviamo, cercando di evitare il ricadere in una situazione irrazionale che porti ad una nuova bolla (le attuali preoccupazioni, pongono l’attenzione sull’andamento crescente del prezzo del petrolio).
La ciclicità degli eventi economici e l’inesorabile ripetersi degli episodi cardine, ci fa affermare a gran voce, che la crisi attuale non solo era prevedibile, ma ci insegna a guardare al futuro consapevoli del passato, a riconoscere i passaggi essenziali delle congiunture economiche e ad adottare soluzioni coscienziose e razionali.

Curriculum

Carla Garofalo, 24 anni di Giovinazzo, dopo aver conseguito con il massimo dei voti il diploma in perito informatico con specializzazione informatica Abacus, nel 2005 ha vinto una borsa di studio insieme ai cinque diplomati più meritevoli dell’anno nella città di Molfetta. Si diploma con lode e plauso accademico presso l’Università degli Studi di Bari, facoltà di Economia e Commercio nel dicembre del 2009 con la tesi “Crisi economica globale: confronto con quella giapponese”.

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