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Aziende quotate in Borsa, il Sud è ancora in ritardo.

L'autrice della tesi

La media impresa italiana, fino agli inizi degli anni ’80, ha considerato la Borsa come canale di finanziamento per sostituire il debito bancario con capitale di rischio, riequilibrando così la situazione finanziaria, dato l’elevato grado di indebitamento.

Negli ultimi anni la situazione appare cambiata, vista la maggiore solidità finanziaria della piccola-media impresa italiana, anche se tra le motivazioni maggiormente presentate dagli imprenditori che intendono quotarsi, vi è sempre quella di diminuire il capitale di debito in favore dell’equity.

I principali vantaggi derivanti dalla quotazione sono: possibilità di finanziamento della crescita interna ed esterna, possibilità di diversificazione e rafforzamento della struttura finanziaria attraverso il ricorso ad un’ampia gamma di strumenti, maggiore elasticità della gestione finanziaria, possibilità di attirare più facilmente i manager qualificati, aumento d’immagine personale, possibilità di correlare gli stipendi ai risultati aziendali assegnando azioni proprie (stock options), passaggio da un’azienda di tipo padronale-familiare ad una realtà più matura ed evoluta.

L’analisi condotta da Borsa Italiana sugli imprenditori intervistati, ha fatto emergere una serie di fattori che ad oggi ostacolano l’apertura dei capitali al mercato: la riorganizzazione aziendale richiesta dalla quotazione viene percepita come onerosa, la gestione del sistema di attori che intervengono nel processo, difficile e complessa, ed incerto l’esito dell’intero processo di quotazione, sia in termini di tempo che di costi sostenuti, entrata in scena di nuovi competitors già forti nel mercato; avvenimenti di ordine politico ed economico quali l’allargamento dell’Unione Europea e l’adozione della moneta unica in Europa e i requisiti formali per la quotazione in Borsa obbligatori (capacità di generare ricavi in condizioni di autonomia gestionale; pubblicazione e deposito degli ultimi tre bilanci annuali, anche non in utile; l’ultimo bilancio deve avere revisione contabile; deposito del budget dell’esercizio in corso e dei piani dei due successivi; libera trasferibilità; flottante pari ad almeno il 25% del capitale; capitalizzazione del mercato prevedibile pari ad almeno 5,16 milioni di euro; gestione accentrata presso Monte Titoli).

L’incremento di produttività derivante dalla quotazione in Borsa è ricchezza sociale che può soddisfare nuovi bisogni, redistribuendo socialmente l’accumulazione di capitale. È così che possono essere recuperati in termini redistributivi gli immensi incrementi di produttività che si sono realizzati in particolare in questi tre ultimi decenni, rivendicando da subito una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario reale, ponendo le basi per creare nuova occupazione a partire da lavori a compatibilità sociale e ambientale e di pubblica utilità con pieni diritti e piena retribuzione, rafforzando nel contempo il Welfare State tramite incrementi delle entrate del bilancio pubblico determinate dalla tassazione dei capitali, in modo da poter inserire nella spesa sociale anche un Reddito Sociale Minimo europeo da distribuire ai disoccupati, ai precari, ai marginali.

Gli incrementi possono essere utilizzati nelle Regioni per intervenire nei caratteri strutturali della disoccupazione e del lavoro negato nei sistemi produttivi locali meridionali basati sul lavoro senza diritti; sull’intensificazione dei ritmi e sull’elevata divisione del lavoro; sulla spinta alla distruzione del tessuto produttivo; sulla molteplicità dei soggetti economici locali, non garantiti, con rapporti di lavoro saltuario, con precarizzazione del lavoro e del reddito, sulla mancata costruzione e distruzione della professionalità dei lavoratori, accompagnata, per i lavori “più miseri”, da commesse esterne con forte componente di lavoro nero e sottopagato; sulla diffusione dei rapporti “faccia a faccia” senza intermediazioni sindacali.

Analizzando le Aziende quotate alla Borsa Valori di Milano e confrontando i dati con il totale delle Aziende Meridionali quotate degli anni 1900, 1926, 1960 e 2008 emergono importanti informazioni sullo squilibrio tra Nord e Sud Italia.
In un secolo il numero delle Aziende è aumentato più di 6 volte, mentre le Aziende Meridionali sono passate da 0 a 10, ma se nel 1960 quest’ultime erano il 7,7% del totale, erano scese al 2,5% nel 2008. Dal 1900 le Aziende del Sud sono state oggetto della politica di industrializzazione. A partire dagli anni ‘50 la politica meridionalista “assunse un contenuto più assistenziale che propulsivo” e soltanto dopo l’anno 1960 venne dato maggiore spazio alle spese per l’industrializzazione.
Gli anni ‘50 si caratterizzano per la concessione di incentivi finanziari alle imprese industriali ed all’attrezzatura di aree di sviluppo industriale. Infatti, nel 1960 le Aziende quotate nel settore industriale rappresentavano il 53,57% delle 59 quotate, e di queste il 2,67 avevano sede al Sud. Inoltre, venne sancito l’obbligo per le imprese a partecipazione statale di allocare nel Mezzogiorno non meno del 40% degli investimenti aggiuntivi fino ad arrivare a localizzarvi non meno del 60% del loro apparato produttivo.

Sulla scia della teoria dello sviluppo economico di quegli anni, la politica meridionalistica si fondava sul ruolo della grande impresa, che avrebbe dovuto far da motore per l’ambiente economico circostante, e sulla concentrazione territoriale degli investimenti in zone delimitate, che avrebbero dovuto mobilitare le risorse nascoste e sotto utilizzate, stimolando così il risveglio dei settori economici in ritardo.
Infatti, tra la metà degli anni ‘60 e gli anni ‘80, quando si svilupparono concretamente gli investimenti industriali, essi non riuscirono a coinvolgere le piccole e medie imprese e le iniziative locali, ma furono soprattutto le grandi imprese nazionali ad installare nel Mezzogiorno costosi impianti ad alta intensità di capitale. Considerando il livello della singola impresa, è utile fare riferimento ai dati dell’indagine di Capitalia relativa al 2003.

Quella che emerge è, in particolare, una correlazione – misurata attraverso l’indice di correlazione di rango di Spearman – del ricorso alla Borsa e alla finanza innovativa con la presenza di manager esterni, con la spesa in R&S, con la quota del fatturato innovativo, con l’internazionalizzazione produttiva e con l’attività di esportazione: si tratta di correlazioni positive e (quasi sempre) statisticamente significative, cioè non sono delle differenze numeriche di poco conto.
Negli ultimi 20 anni il cambiamento intervenuto nella geografia economica nazionale e internazionale si configura come l’apertura di una vera e propria nuova fase storica, con un profondo mutamento delle condizioni dello sviluppo, soprattutto per le aree deboli. In questo contesto le Aziende del Sud che vogliono quotarsi devono fare i conti con una serie di difficoltà e ostilità che derivano dall’entrata nel sistema della Borsa Italiana.

Curriculum

Carmela Alessandra De Liddo è nata a Bari nel 1983.
È in possesso del diploma scientifico conseguito presso il Liceo “A. Scacchi” di Bari con 78/100. Si è laureata in Economia e Commercio (indirizzo Economia, Finanza e Informatica) all’Università di Bari con 96/110. Attualmente è iscritta alla Laurea Magistrale in Marketing. Ha realizzato una ricerca in Geografia economica per il marketing intitolata “Il territorio e la posizione geografica come valore economico e valore di mercato”.

Commenti  

 
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