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Crescita al Sud? Quindici anni a pieno regime

Il monito nello studio “Check up Mezzogiorno”.

 

Il monito nello studio “Check up Mezzogiorno” Pur se ha patito un po’ meno del Centro- Nord i contraccolpi della crisi economicofinanziaria mondiale, il Mezzogiorno resta comunque inchiodato al palo di uno sviluppo incompiuto. Mantenendo immutato quindi anche nei prossimi anni lo storico divario che lo separa dal resto del Paese e che, per essere colmato, richiederebbe uno sforzo immane.

Per annullare lo scarto – si legge infatti nel recentissimo “Check up Mezzogiorno”, uno studio condotto da Confindustria, Intesa Sanpaolo e SRM – nel Meridione la produttività dovrebbe aumentare del 16% nell’arco dei prossimi 15 anni e contemporaneamente il numero degli occupati crescere di oltre 3 milioni (da 6,5 a 9,8 milioni). Obiettivi che richiederebbero il raddoppio del prodotto interno lordo meridionale con una crescita, per 15 anni appunto, di quasi il 6% annuo! “Uno scenario al momento del tutto irrealistico”, riconoscono gli autori dello studio.

Per arrivare a queste conclusioni, il Centro studi di Confindustria, il Servizio studi e ricerche di Intesa Sanpaolo e SRM hanno fatto riferimento ai dati di bilancio di un campione di 6.500 imprese meridionali (per oltre la metà pugliesi o campane) oltre che ai risultati di un buon numero di focus group tenutisi nel corso di un anno con la partecipazione dei vertici di 55 fra le aziende più dinamiche presenti nel Sud. Dal mix di informazioni così raccolte è venuta fuori una “fotografia” dettagliata delle difficoltà vissute dal tessuto produttivo del Mezzogiorno durante la crisi, dei problemi ancora presenti e delle prospettive a breve e a medio termine. Con il corollario di una serie di proposte “realistiche” di interventi pubblici urgenti.

Le due Italie

Con quasi 21 milioni di abitanti, il nostro Mezzogiorno – ricorda lo studio – rappresenta la più popolosa area in ritardo di sviluppo dell’intera Unione europea. Che registra un Pil annuo pro capite (l’ultimo dato si riferisce al 2008) di circa 17.000 euro, pari al 69% di quello medio UE e al 56% di quello del resto del Paese (percentuale, quest’ultima, sostanzialmente immutata da alcuni decenni in qua).

Scarti così elevati sono la conseguenza – sottolineano gli autori del “Check up” – di una debolezza strutturale complessiva del tessuto produttivo meridionale, formato per oltre il 95% da aziende con meno di 10 addetti, una percentuale più elevata rispetto a quelle del resto d’Italia e d’Europa. Questa caratteristica permette spesso una maggiore flessibilità operativa, uno dei fattori che ha consentito di contenere i danni della crisi mondiale fra il 2008 e il 2009. Ma costituisce, oggi e più ancora domani, un handicap non indifferente in mercati sempre più concorrenziali soprattutto nel confronto internazionale Sul totale delle imprese presenti nel Mezzogiorno – segnala lo studio – la quota di quelle classificate come “micro” arriva al 36,5%, molto più del 30% rilevato su scala nazionale. Ma il fatturato delle micro-imprese meridionali nel 2007 è ammontato ad appena 3,4 miliardi contro i 24,9 raggiunti complessivamente in Italia dalle aziende appartenenti a questa classe dimensionale. D’altro canto, proprio questi valori così bassi (insieme con una specializzazione produttiva orientata verso settori meno ciclici come l’agro-alimentare e con una minore propensione all’export) hanno consentito alle micro-imprese del Sud di contenere all’11,7% il calo del fatturato fra il 2008 e il 2009; risultato nettamente meno drammatico di quello delle altre circoscrizioni (- 20,1% nel Nord Ovest, -18,7 nel Nord Est, -15,7% nel Centro).

Le prospettive a breve termine

Secondo il “Check up Mezzogiorno” il futuro prossimo non si presenta roseo. Se fra il 2007 e il 2009 si è quasi raddoppiata (dal 10,7% al 20,9%) la quota delle imprese meridionali che non hanno avuto a disposizione risorse sufficienti per coprire gli oneri finanziari, che cosa accadrà nel triennio successivo? La risposta che si legge nello studio è che, sì, questa quota pare destinata aa assottigliarsi; ma l’ipotesi di un suo azzeramento non sembra poter essere presa in considerazione.. Nonostante la contenuta ripresa già avviata atteso nel triennio – aggiungono gli autori dello studio – nel 2012 “la metà circa delle imprese del Mezzogiorno non avranno pienamente recuperato il terreno perso nel corso della crisi appena passata”. Questo significa che “le condizioni operative di molte imprese resteranno molto critiche”.

Gli effetti della crisi sui bilanci – a giudizio degli autori del “Check up” – saranno quindi evidenti “ancora per lungo tempo”. E appare probabile “un ulteriore snellimento dell’apparato produttivo meridionale” così come “l’interruzione della continuità di alcune filiere produttive”. Minacce, queste, che lo studio definisce “gravi”; e che per essere scongiurate richiedono, come si può leggere negli altri servizi in queste due pagine, il massimo dell’impegno sia delle imprenditori sia della politica. Con l’obiettivo comune di far sì che l’obiettivo di creare anche nel Mezzogiorno condizioni favorevoli allo sviluppo possa diventare una priorità nazionale.

Oreste Barletta

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