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Ambiente-lavoro eterno nodo Ilva

Il problema – Ecosostenibilità e occupazione.

Nei giorni scorsi 650 operai ‘precari’ dell’Ilva di Taranto, al momento disoccupati, hanno manifestato presso i cancelli del Siderurgico, chiedendo di esservi assunti a tempo indeterminato. Già da mesi questi lavoratori premono in tal senso, chiedendo anche l’aiuto delle Istituzioni locali che stanno loro assicurando il proprio interessamento.

I Sindacati peraltro – alla luce anche della ripresa (comunque ancora instabile) del mercato – hanno in corso una trattativa con la Direzione dell’azienda che, da quanto si è letto sulla stampa, sarebbe disponibile – il condizionale è d’obbligo – ad assumere però solo coloro che abbiano svolto almeno 24 mesi di attività nello stabilimento.

Proprio in un momento in cui torna a riproporsi da parte di settori dell’ambientalismo locale lo svolgimento di un referendum (consultivo) sulla chiusura della imponente fabbrica, o almeno della sua area a caldo – fabbrica che oggi è anche la più grande d’Italia e del Mezzogiorno per numero di addetti diretti – 650 operai chiedono di potervi stabilizzare il proprio rapporto di lavoro: non potrebbe esservi contraddizione più stridente fra la legittima domanda di occupazione di chi vuole ritornare in azienda a produrvi e chi, invece, chiede che quella stessa fabbrica venga chiusa, o almeno ridimensionata con la dismissione della sua area a caldo.

Confindustria e Sindacati – ma anche la stessa Regione e l’Arpa – già in passato ma anche più di recente si sono detti contrari al referendum, sottolineando giustamente come le questioni dell’impatto ambientale della grande acciaieria stiano già trovando soluzioni grazie ai massicci investimenti sinora realizzati dal Gruppo Riva che – solo per il miglioramento dell’ecosostenibilità – sono ammontati fra il 1995 e il 2009 a 906,7 milioni di euro, cui si aggiungeranno quelli già programmati per i prossimi anni e che, non lo si dimentichi, sono sempre stati totalmente autofinanziati.

E quell’investimento per l’ecosostenibilità è stato una componente fondamentale dei quasi 4 miliardi di euro di interventi complessivi realizzati sino alla fine del 2008 su tutti gli impianti dal maggio del 1995, da quando cioè il gruppo Riva ha assunto la proprietà e la gestione della più grande fabbrica siderurgica a ciclo integrale dell’Europa comunitaria e fra le maggiori del mondo. Tali dati sono contenuti nello “Studio sull’impatto socioeconomico dello stabilimento” curato dal prof. Federico Pirro dell’Università di Bari e componente del Comitato scientifico del neo istituito Centro studi dell’Ilva che è stato presentato mercoledì 1° dicembre a Taranto.

La fabbrica – la cui prima pietra venne posta il 9 luglio 1960 – era sorta come IV Centro Siderurgico promosso dall’Italsider del gruppo Iri-Finsider, nell’ambito delle politiche di industrializzazione del Sud, avviate dopo l’approvazione della legge 634/1957, regolante l’Intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno: e quando s’insediò nel capoluogo ionico – interessato nel Secondo dopoguerra dalla pesante crisi produttiva e occupazionale dell’industria navalmeccanica – venne salutata da tutte le forze politiche democratiche e dai sindacati che si erano battuti perché fosse insediata proprio nella città bimare e non in altri centri.

Ma ci sono anche altri dati contenuti nello studio su cui riflettere: il capoluogo ionico e la sua provincia, ad esempio, potrebbero privarsi di 11.695 posti di lavoro diretti, cui si aggiungono 2.702 unità fra gli indiretti? E il solo capoluogo può privarsi di 4.021 dipendenti dell’Ilva, cui si uniscono 676 indiretti residenti in città? E la provincia ionica può rinunciare a 219 milioni di stipendi netti, quanto corrisposto dall’Ilva nel 2008 e corrispondenti ad un reddito medio annuo pro-capite di un dipendente di 21.222 euro, calcolato come valore medio per inquadramento ed anzianità aziendale? E il territorio ionico può rinunciare ad una fabbrica che dal 1995 al gennaio 2010 ha corrisposto ben 2 miliardi e 437 milioni di euro di subforniture a favore di 929 aziende iscritte alla locale Camera di Commercio? Alcune di queste imprese poi – di piccole, medie e in qualche caso di grandi dimensioni – hanno diversificato la propria clientela, andando ad acquisire clienti fuori dal territorio e spingendosi anche all’estero. Ed infine, si può dismettere un impianto che assicura il 76%, ovvero i tre quarti della movimentazione del porto e i cui prodotti costituiscono da anni la prima voce dell’export regionale?

Questo impianto peraltro compete da anni non solo in Europa ma anche nel Mediterraneo con altri che vi si affacciano, come ad esempio quello di Fos sur mer vicino Marsiglia facente capo al primo produttore di acciaio al mondo che è il Gruppo Arcelor Mittal. Non è allora più giusto – raccogliendo le legittime sollecitazioni della popolazione e dell’ambientalismo locale ad un drastico contenimento dell’impatto sull’ecosistema della grande fabbrica – proseguire sulla strada degli interventi tecnologici concordati con l’azienda nelle sedi competenti e volti a migliorare l’ecosostenibilità del Siderurgico, evitando veri e propri salti nel buio?

 

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