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Al Sud lavora solo 1 donna su 3 “Vittime di una società ingiusta”

La denuncia – L’indagine Svimez rivela lo spreco di capitale umano utile per lo sviluppo.

Sono tante e si sono guadagnate un titolo di studio di livello medio-alto. Ma soltanto poche hanno trovato una collocazione adeguata nel mondo del lavoro; le altre sono precarie o sottoccupate oppure, lavorando nel Centro-Nord, si sono adattate a fare le pendolari di lungo raggio. Altre ancora nell’ultimo anno sono state espulse dal circuito dell’occupazione, e sono andate a ingrossare le fila di quelle che sono a casa perché non sono riuscite a trovare un posto di lavoro e in molti casi hanno rinunciato a cercarlo.

Sono le donne meridionali, soprattutto le più giovani, per le quali – sostiene il dossier della Svimez su “Il Sud e la condizione delle donne” scritto dal vicedirettore Luca Bianchi e da un giovane ricercatore, Giuseppe Provenzano – “si sono chiuse inesorabilmente le porte di accesso al lavoro”.

L’anno scorso, scrivono gli autori del dossier, sono state 49.000 le donne meridionali che hanno perso l’occupazione. Una cifra consistente, ma ancora più significativa se si considera che indebolisce ancora di più il già modesto peso delle donne nel mercato del lavoro del Mezzogiorno. Dove il tasso di disoccupazione femminile è sceso nel primo trimestre di quest’anno al 17,6%, cinque punti percentuali in più di quello maschile nella stessa area e addirittura il doppio rispetto a quello delle donne nel Centro-Nord.

Al Sud, riferiscono Bianchi e Provenzano, il tasso di occupazione femminile (ossia la quota delle donne che lavorano rispetto alla fascia di popolazione femminile fra i 15 e i 64 anni) è sceso al 30,6%, quasi un punto percentuale meno del 2009. Questo significa che meno di una donna su tre lavora fuori casa. Una quota ben lontana da quelle rilevate nel resto del Paese e nell’Unione europea, dove il tasso di occupazione femminile è rispettivamente del 55,1% e del 58,6%. E ancora più distante dall’obiettivo del 60% che l’UE si era posto dieci anni fa in occasione del Consiglio europeo tenutosi a Lisbona.

Gli autori del dossier scrivono inoltre che le ragazze meridionali fra i 15 e i 29 anni “neet” (acronimo inglese che sta per “not in employment, education or training”), ossia che non hanno un’occupazione e non sono impegnate in attività di studio o di formazione, sono (il dato si riferisce all’anno scorso) ben 646.000. Più della metà delle loro coetanee del Centro-Nord, ossia di un’area la cui popolazione è pari a una volta e mezza di quella del Sud.

Queste giovani donne, si legge nel dossier, “sono le punte più avanzate della modernizzazione del Mezzogiorno perché hanno investito in un percorso di formazione e di conoscenza che le rende depositarie di quel capitale umano che serve per competere nel mondo di oggi”. Ma paradossalmente, aggiungono Bianchi e Provenzano, sono al tempo stesso “le vittime designate di una società più immobile che altrove, e dunque più ingiusta, che finisce per sottoutilizzare o espellere le sue energie migliori”.

Il “balzo straordinario” delle ragazze meridionali in materia di istruzione è documentato dalle cifre contenute nel dossier Svimez. Per quanto riguarda la scuola secondaria, il tasso di partecipazione femminile in meno di un decennio, fra l’anno scolastico 2000-2001 e il 2008-2009, è cresciuto dall’85,1% al 93,9% (dato, quest’ultimo, che è un punto percentuale in più di quello rilevato nel resto del Paese). Per quel che concerne l’istruzione terziaria, lo scarto a favore delle studentesse del Sud rispetto a quelle è ancora più elevato. Fra il 2004 e il 2009 infatti, le statistiche citate da Bianchi e Provenzano dicono che la quota delle ragazze meridionali iscritte all’università è schizzata all’insù, passando dal 45,6% al 51,3%. Ossia addirittura dieci punti percentuali in più del Centro-Nord, e addirittura sedici rispetto ai maschi del Sud.

Queste performances delle studentesse del Mezzogiorno hanno determinato un risultato altrettanto rilevante: oggi nell’area il 50% delle venticinquenni sono laureate. Lo stridente divario fra questi dati e quelli, citati prima, relativi alla modestissima partecipazione al mercato del lavoro testimoniano lo spreco di un prezioso capitale umano, scrivono Bianchi e Provenzano. “Troppo spesso – aggiungono – le giovani donne meridionali studiano per stare a casa o, quando va bene, per emigrare”. Rispetto agli anni Sessanta, sottolinea il dossier Svimez, le donne rappresentano una quota significativa degli emigranti meridionali. E si adattano anche al “pendolarismo di lungo raggio”, quando hanno trovato un’occupazione nel Centro- Nord mantenendo però la residenza nel Sud.

Oreste Barletta

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