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La busta paga fa ancora la differenza

Iref-Acli – I dati impietosi sul modello italiano.

Ammonta a 356 euro al giorno la differenza tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio. Rispetto alla retribuzione di un quadro, un operaio prende in meno ogni giorno 127 euro. Rispetto a un impiegato, la differenza si abbassa, toccando quota 22 euro. Sono alcuni dei dati che emergono dal dossier statistico preparato dall’Iref, l’istituto di ricerca delle Acli, per l’incontro nazionale di studi delle Associazioni cristiane dei lavoratori italiani (Castel Gandolfo, 1-4 settembre 2011), dedicato al tema “Il lavoro scomposto – Verso una nuova civiltà dei diritti, della solidarietà e della partecipazione”.

 

La ricerca mette a confronto le retribuzioni medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato (Fonte Istat-Inps, Rapporto sulla coesione sociale, 2010). Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in più, un quadro 111, un impiegato 6. Un operaio si mette invece in tasca un salario giornaliero di 16 euro inferiore alla media. Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna 31 euro in meno al giorno. Penalizzate anche le donne rispetto agli uomini (-27 euro al giorno).

“Al di là delle ovvie componenti organizzative – spiega il presidente delle Acli, Andrea Olivero – che fanno riferimento a diverse mansioni, ruoli e responsabilità, sono dati che mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni, che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Ancora una volta la questione della redistribuzione si rivela cruciale. Non solo per esigenze di giustizia e di coesione sociale, ma per oggettive ragioni economiche. Restituire risorse ai lavoratori e alle famiglie del ceto medio è l’unico modo per garantire la tenuta dei consumi e il rilancio del Paese”.

Quello sui salari è solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le difficoltà e le contraddizioni di un mondo del lavoro “scomposto”, che necessita di una “profonda riorganizzazione”. Le Acli invitano infatti a “non dimenticare i ritardi storici del sistema produttivo italiano”. Dodici posti di lavoro su 100, ad esempio, sono oggi irregolari (il 18% al Sud e il 27% in Calabria). La percentuale di grandi imprese è inferiore rispetto a quella delle maggiori potenze economiche europee (solo lo 0,1% contro lo 0,5% della Germania e lo 0,4% della Gran Bretagna). Negativo anche il prospetto demografico: l’indice di ricambio della popolazione attiva (rapporto tra popolazione 15- 24 anni e popolazione 55-64 anni, moltiplicato per cento) pone oggi l’Italia in una posizione intermedia rispetto all’Europa ma è destinato a peggiorare nettamente da qui a 20 anni. Scarso è poi il peso del settore ricerca e sviluppo all’interno delle imprese: i lavoratori della conoscenza nel settore privato in Italia sono poco più di 100mila, di cui 35mila ricercatori, 41mila tecnici e 24mila altri addetti alla ricerca. In Germania sono tre volte di più, in Giappone sei.

Per quanto riguarda le dinamiche occupazionali, “a fronte di una perdita di occupati di fascia alta, si ha un ulteriore allargamento della base occupazionale poco o per nulla specializzata”. Quasi un lavoratore su quattro (23%), poi, ha una occupazione “non standard”, ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, è un lavoratore a tempo parziale, mentre l’11% è un atipico (tempi determinati e collaboratori). Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne, per gli atipici il rapporto di genere è pressoché pari mentre l’età evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un’elevata percentuale di individui adulti (il 48% ha tra i 30 e i 49 anni). Drammatico è il dato sui disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi), che superano il 45% del totale dei senza lavoro, e sugli scoraggiati, che arrivano al 10% (sul totale degli inattivi: più del doppio della media europea), cioè al milione e mezzo di persone, concentrate nelle regioni meridionali. C’è inoltre il paradosso degli immigrati, più sottoccupati (individui che dichiarano di aver lavorato, per motivi indipendenti dalla propria volontà, meno ore di quelle che avrebbero potuto o voluto fare) e sovraistruiti (persone che svolgono un lavoro che richiede un titolo di studio inferiore a quello in loro possesso) della media dei lavoratori. La sottoccupazione interessa infatti il 4% dei lavoratori italiani, mentre tra gli stranieri si supera il 10%. La percentuale di sovra-istruzione tra gli italiani è del 19% . Tra gli stranieri supera il 42%. Infine, Le Acli richiamano i dati della European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (Eurofound), secondo cui tra il 1995 e il 2010 la percentuale di persone molto soddisfatte del proprio lavoro è in calo in Italia sia tra gli uomini che tra le donne: tra le lavoratrici si è passati dal 30% al 21%; tra i lavoratori dal 25% al 21%. Gli operai poco qualificati dichiarano una soddisfazione minore rispetto a quella degli altri lavoratori (13% nel 2010, contro il 34% degli impiegati altamente qualificati) e più bassa rispetto al 1995 (dal 27% all’11%).

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