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Impresa: difficile mestiere

Il recupero di livelli accettabili di occupazione passa attraverso la ripresa del processo di sviluppo economico. Esso è generato soprattutto dalle imprese, le cui scelte strategiche interagiscono e sono condizionate, positivamente o negativamente, dalle strategie e dalle scelte delle istituzioni pubbliche regionali e nazionali.

C’è da aggiungere che a fare lo sviluppo di un territorio sono soprattutto le imprese che producono beni e servizi “esportabili”, di qui l’interesse generale alla crescita ed al consolidamento alla capacità competitiva di un territorio e delle sue imprese. Ma quali imprese?

Chi studia la teoria dell’impresa si accorge che l’imprenditore è concepito ed è descritto in modi differenti dai differenti pensatori. C’è una linea di pensiero che affonda le sue radici negli scritti settecenteschi di Richard Cantillon (1680-1734) per giungere infine alla grande opera di Frank Knight (1885-1972). Chi accetta il loro modo di ragionare vede nell’imprenditore soprattutto colui che è in grado di affrontare l’incertezza dei mercati, colui che accetta le conseguenze del rischio di impresa. Complementare ad essi c’è poi il pensiero del primo grande teorico dei processi di sviluppo, Schumpeter (1883-1950): per il grande economista austriaco l’imprenditore è soprattutto un innovatore, cioè un modificatore del sistema produttivo e dell’insieme delle relazioni di mercato. Per la grande tradizione neoclassica (Marshall, Pareto, Samuelson), infine, l’imprenditore è soprattutto un essere razionale, cioè un perfetto organizzatore capace di garantire l’uso ottimale delle risorse produttive.Fare impresa

Sono consapevole del fatto che il quadro teorico sommariamente richiamato non sia completo. Avrei potuto continuare, ma preferisco, piuttosto, avanzare un altro concetto al tempo stesso semplice e complesso: un vero, e possibilmente grande, imprenditore è una persona che è capace di sommare in sé, tutte e contemporaneamente, le funzioni imprenditoriali qui richiamate. I grandi  imprenditori pubblici e privati che la storia dell’economia ricorda hanno innovato, hanno rischiato ed hanno gestito facendo profitto e facendo crescere, insieme alle loro imprese, anche il territorio nel quale esse erano insediate.

Bari e la Puglia hanno conosciuto uomini di questo calibro, beneficiandone. Purtroppo in molti casi l’assenza di un valido ricambio generazionale, che è spesso la grande maledizione del capitalismo familiare italiano, ha colpito duramente e le imprese non sono sopravvissute ai loro fondatori scomparendo o passando ad altre mani imprenditoriali che le hanno gestite o le gestiscono con ottica “esterna” al territorio nel quale sono insediate. In qualche caso, per fortuna della città e della regione, il ricambio generazionale si è svolto positivamente e le capacità di gestire, innovare e affrontare i mercati si sono trasmesse dai padri ai figli e ai nipoti.

Sono questi gli imprenditori e sono queste le imprese dei quali Bari e la Puglia hanno bisogno; sono questi gli imprenditori e sono queste le imprese che possono dare alla Puglia lo sviluppo che le abbisogna e che meriterebbe di avere. Qualche impresa innovativa e di grande tradizione familiare esiste e non è difficile individuarla quando ci si guardi intorno con occhio attento. Sono poche e dobbiamo tutti sperare che perseverino ed aumentino di numero.

Quando guardo agli esempi (non molti) che ho sottocchio mi illumino; quando penso alle imprese (ed alle occasioni) perdute mi rattristo. Ma per la stessa ragione mi rabbuio e mi indigno quando sento chiamare «imprenditore» qualcuno che fonda il suo guadagno sulla corruzione e sull’iscrizione a libro paga del politico compiacente di turno.

Giovanni Ancona
Professore di Politica economica – Facoltà di Scienze Politiche Bari

 

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