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Agroalimentare

“Agricoltura falciata dal Governo”

La denuncia – Cia, Confagricoltura e Copagri in coro: nessuna promessa è stata mantenuta.

“Agroalimentare: qualità e credito”

Distretti – Candido, il presidente dello “Jonico Salentino”.

Guerra aperta sul “Nero di Troia” la Puglia del vino è sempre divisa

Riconoscimenti – L’ipotesi della nuova Doc scatena un contenzioso tra Nord-barese e Daunia.

La burocrazia nel mirino degli enologi

Il settore chiede semplificazione.

Tempi durissimi per il grano: è crisi profonda

Quando le mietitrebbie cominciavano la raccolta, in Capitanata era un giorno di festa. Non a caso l’appuntamento coincide con la ricorrenza di Sant’Antonio di Padova, un santo particolarmente venerato dai contadini. Da qualche tempo però la campagna cerealicola nel “granaio d’Italia” è diventata motivo di preoccupazione e di stenti. Il grano duro non rende più come una volta, l’Unione europea ha ridimensionato gli aiuti alla produzione. E i tempi si presentano ancor più minacciosi, se si considera che nel 2013 cesserà ogni forma di sostegno al reddito e sarà il mercato l’unica stella polare. In provincia di Foggia l’ingresso della nuova Politica agricola comunitaria (Pac) aveva limato molte superfici agricole. Nell’anno di ingresso della nuova Pac (2006) c’era stato un calo del 10% dei terreni coltivati a grano duro: venivano a cessare le produzioni soprattutto nelle zone alte del Preappennino, là dove le rese erano inferiori alla media.

Nel 2007 il rilancio

L’anno successivo veniva registrata una tendenza, sia pur ancora più lieve, al ribasso. Ma fu proprio nel 2007 che il grano nel mondo divenne prezioso come il petrolio, massicciamente impiegato (specie in Brasile) nella produzione di biocarburanti. E le quotazioni schizzarono alle stelle fino a toccare nel gennaio 2008 il prezzo di 50 euro per un quintale. Chi aveva ancora i silos pieni quell’anno fece grandi affari, la stessa Unione europea che inizialmente aveva invitato gli agricoltori a ridurre le superfici, cambiò rotta e riaprì i termini della questione a tutte quelle superfici parzialmente escluse nei due anni precedenti, nel timore di una carestia mondiale da mancanza di cibo. È da allora che il mercato ha cominciato a vedere le traveggole. E non sembra in grado ora di riprendersi. La campagna cerealicola 2010 riparte da 15-16 euro al quintale. Dieci euro in meno rispetto al prezzo con il quale era partita un anno fa. Gli agricoltori denunciano forme di speculazione intorno al grano, temono soprattutto le importazioni dall’estero. Nei porti di Manfredonia e di Bari le navi che scaricano partite di cereali dall’Australia e dal Canada (i grani considerati più pregiati), ma ora anche dalla Turchia non si contano. Si calcola che su circa 45 milioni di quintali prodotti per il fabbisogno nazionale, un terzo di questi grani siano di importazione straniera. Ma i consumatori non lo sanno, un po’ come avviene per il pomodoro concentrato dalla Cina.

L’etichettatura

La Coldiretti chiede l’etichettatura obbligatoria sulle confezioni di pasta: “È mendace scrivere di grani italiani quando ormai è chiaro che quasi la metà del grano trasformato in Italia è di importazione straniera. Se il mercato è libero anche i consumatori devono essere liberi di acquistare la pasta di loro gradimento”, afferma Pietro Salcuni il presidente regionale dell’organizzazione agricola. La verità è che il grano, un po’ come il petrolio, oggi sfugge a ogni tipo di analisi e di valutazione commerciale. Quando il prezzo del barile schizza all’insù, i petrolieri sono subito lesti a ritoccare al rialzo i prezzi della benzina. Ma quando il valore del barile diminuisce, il litro alla pompa resta pressocchè uguale. Per il grano stiamo assistendo a dinamiche simili. Solo che in questo caso gli agricoltori non possono essere paragonati ai petrolieri, semmai questo ruolo lo incarnano i trasformatori dell’industria per i quali la differenza tra il prezzo d’acquisto di un chilo di grano e un chilo di pasta è cresciuta di quasi il 100% negli ultimi due anni.

La multa

L’Antitrust un anno fa ha severemente multato dieci aziende produttrici di pasta, accusate di essere la vera causa della speculazione in corso. Ma queste si sono difese strenuamente, hanno fatto ricorso, poi hanno lanciato una campagna di ribassi sui prezzi al dettaglio nei supermercati che ha spento sul nascere le contestazioni delle associazioni dei consumatori. “Oggi un chilo di pasta è un bene che ognuno si può permettere”, fa notare l’industriale della pasta Vincenzo Divella. Ma se quel chilo di pasta a buon mercato costa al produttore di grano 0,13 centesimi di euro, il carico del risparmio finirà per pesare tutto sulle spalle dell’agricoltore. In Capitanata le associazioni agricole da tempo denunciano che produrre grano non conviene più. “Sono aumentati i prezzi dei concimi e dei fertilizzanti, per mantenere sopra certi livelli la qualità del raccolto siamo obbligati a impiegare per ettaro un certo quantitativo di concime altrimenti l’Unione europea non riconosce l’aiuto. Di questo passo sarà difficile andare avanti”, spiega il presidente dell’Unione agricoltori di Foggia Luigi Lepri. Eppure quest’anno la produzione non dovrebbe discostarsi di molto dagli 8 milioni di quintali che sono lo standard medio-alto della Capitanata su 250 mila ettari.

Nessuna contrazione

A conti fatti la contrazione delle superfici non c’è stata, gli agricoltori non hanno smesso di credere nella forza (e nei guadagni) del grano duro. Un tempo fare un raccolto e consegnarlo all’Europa aveva un valore in termini economici incommensurabile rispetto ai tempi che corriamo. Il grano come sinonimo di potere economico in Capitanata trovava la sua più naturale congiuntura economica e sociale. Intorno alla raccolta proliferava un’economia moltiplicatrice di beni sulla quale per decenni ha poggiato l’architrave del progresso sociale ed economico in Capitanata. Un progresso, va riconosciuto, che si è sviluppato in un’unica direzione favorendo la moltiplicazione di un reddito agricolo e edilizio, due facce della stessa moneta. Non a caso oggi che il grano non è più remunerativo come un tempo anche il boom legato alle costruzioni batte in ritirata anche se il mercato immobiliare in città, dopo il grande spavento importato dagli Usa sui mutui subprime, ha ripreso a correre quest’anno come ai bei tempi. Ultimi fuochi o la ripresa sotterranea di un mercato che ha deciso di investire sull’incognita futuro?

Massimo Levantaci

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 24 del 19 giugno 2010, pagg. 6-7

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