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La visione europea del nodo rifiuti

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I dati – Il potenziale di “recupero” dei termovalorizzatori.

Chiudere il ciclo dei rifiuti, alleggerire le discariche (messe a dura prova da una produzione crescente di spazzatura), decimare il volume dell’immondizia e ricavarne anche energia. Questi obiettivi sono perseguiti trasformando la spazzatura in combustibile. Ma il prezzo economico, sanitario e ambientale è sostenibile? Questa domanda, soprattutto in Italia, ha aperto da tempo un ampio dibattito, spesso anche aspro. Ne riportiamo alcuni temi cruciali nella quarta puntata del nostro approfondimento sulla gestione dei rifiuti.

 

Ogni cittadino dell’Ue a 27, dal ‘98 al 2008, ha prodotto il 5,6% in più di rifiuti; in Italia +18,9% (in Germania -10,2%), -0,2% dal 2007, “grazie” anche a crisi economica e aumento della popolazione residente; in Puglia -0,7%. Questa massa di immondizia, secondo la nuova direttiva-quadro 2008/98/CE (recepita in Italia dal decreto 205 del 2010), va recuperata se proprio non si può prevenire, riusare (reimpiego dei prodotti per gli stessi fini) e riciclare (ritrattamento per ottenere prodotti, materiali o sostanze). Il “recupero”, infatti, è considerato dall’Ue l’ultima spiaggia per evitare la discarica, ancora la via più battuta, per quanto in calo (circa il 42%, il 51,9% in Italia).

Per “recupero” la direttiva intende “qualsiasi operazione che permetta ai rifiuti di svolgere un ruolo utile sostituendo altri materiali che sarebbero altrimenti necessari. Si può recuperare materia (il compostaggio è un modo per farlo) ma anche energia, ad esempio con digestione anaerobica (processo che dall’organico ricava biogas) o incenerimento (con recupero energetico).

La direttiva definisce “smaltimento”, invece, qualsiasi operazione diversa dal recupero, anche quella che ha come effetto secondario il recupero di sostanze o di energia. Di conseguenza, un impianto di incenerimento dei rifiuti solidi urbani realizza un “recupero”, secondo l’Ue, solo se garantisce una resa energetica minima (requisiti posseduti da meno del 10% degli inceneritori italiani ) e le migliori tecnologie disponibili nel rispetto dell’ambiente. Nel 2008, secondo l’Ispra, l’Italia ha bruciato il 12,7% dei rifiuti urbani. La Lombardia è la regione che smaltisce meno in discarica (l’8%) e incenerisce di più (il 41,6% nel 2008). La Puglia fa l’opposto (rispettivamente 80% e 3,8%), peraltro già sazia di energia (esporta quasi il 50% di quella prodotta). Altre adottano modelli intermedi.

Gli impianti di trattamento termico nel 2009 in Italia sono 53 (ultimo dato Ispra), un gassificatore (che brucia il combustibile – liquido o gas – ricavato dai rifiuti), il resto inceneritori (alimentati da rifiuti indifferenziati o frazione secca, separata dall’umido in impianti di trattamento meccanico biologico).

Sono soprattutto al Nord (29), 11 producono energia termica, quasi tutti energia elettrica, dal ’92 beneficiaria di certificati verdi (come se la sua produzione non causasse emissioni di anidride carbonica) e di circa l’80% del finanziamento pubblico destinato all’energia rinnovabile (a cui è assimilata per legge, norma che ha aperto una controversia con la Commissione europea). Malgrado ciò, Governo e Gestore dei servizi energetici oggi additano il fotovoltaico quale principale responsabile delle bollette salate pagate dagli italiani per l’elettricità

Giuseppe Daponte

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