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Tra Puglia e California sfida delle foglie d’uva

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Lavorate a Martano, sono sottoposte al giudizio di chef stranieri.

Puglia – California, la sfida agricola ora si allarga dal vino alle foglie di uva.

Il Tacco d’Italia, dove produciamo il 70% dell’uva da tavola nazionale, corre per strappare un altro primato al Sud degli Stati Uniti. Tutto inizia a Riyadh, in Arabia Saudita, a marzo del 2010 nel corso di una missione dell’Istituto per il Commercio Estero (ICE) di Bari per l’export dell’ortofrutta. L’estate è in arrivo, si cerca di fare in fretta ma non si riescono a raccogliere le foglie di vite nel momento di eccellenza.

Vengono lavorate a Martano (nel leccese) dalla Cooperativa Nuova Generazione e sottoposte al giudizio severo degli chef di lussuosi hotel sauditi come Sheraton, Radisson, Golden Tulip. Per le “grape leaves” made in Italy è un successo, e nei giorni scorsi l’ampio gruppo di lavoro tecnico-scientifico messo insieme da Giuseppe Lamacchia, direttore ICE Puglia, si è riunito a Bari per fare il punto della situazione con i partners della Thamer Est di Riyadh.

Da un lato i businessmen, con il general manager Jalal O. Thamer e due suoi assistenti. Dall’altro Raffaella Lovino (Centro Ricerche Bonomo – CRB) e molti altri tecnici di settore come il dott. Antonio Romito, rappresentanti della facoltà di Agraria e del Politecnico. Nel mezzo, per ora, mancano i produttori di uva da tavola ma – dice Donato Fanelli, produttore di Conversano e vice presidente del consiglio europeo dei Giovani Agricoltori – questo anello debole potrebbe presto rafforzarsi. I compratori già ci sono, e ben prima che si arrivi alla raccolta. Tecnicamente si stano valutando le diverse possibilità di packaging e i tempi ideali di raccolta.

Qualità? Oltre Oceano hanno solo una varietà di uva, e quindi di foglie, che è la Thompson. In Puglia ne abbiamo altre due: la Sugarone e la Italia, e ciò rende il prodotto made in Italy più appetibile. Prezzi, la California le raccoglie in loco e – per le grandi quantità – sposta la lavorazione in Vietnam e altri Paesi asiatici a basso costo di mano d’opera. Qui in Puglia è una variabile da mettere a punto e, con il supporto della ricerca, si punta a migliorare l’offerta rispetto agli americani: solo foglie senza conservanti.

Business? L’Arabia Saudita nel 2010 ne ha importato dal mondo 9.235 tonnellate, per lo più da USA e Turchia, per un valore di quasi 11 milioni di euro che vanno moltiplicati per i 14 Paesi asiatici che ne sono golosi.

ANTONELLA MILLARTE

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