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L’agricoltura foggiana cambia pagina?

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Rapporto – Osservatorio Camera di Commercio.

Eppur si muove...L’agricoltura in Capitanata piange miseria, dopo i tagli dell’Unione europea. Le immagini dei blocchi dei trattori davanti all’autostrada, nel dicembre scorso, hanno fatto il giro del mondo. Le proteste contro il governo che nega persino gli aiuti “de minimis” alle aziende sull’orlo della bancarotta promettono nuovi risvolti.

Nel mirino è finita da qualche tempo anche la Regione Puglia che tiene fermo il Piano di sviluppo rurale impedendo nuovi investimenti. Ma non c’è solo chi si dispera e rimpiange i bei tempi andati quando le sovvenzioni da Bruxelles piovevano come manna dal cielo. C’è un’altra agricoltura che lavora in silenzio e studia come farsi largo nel difficile mercato delle derrate alimentari. Lo fa sfruttando le immense tipicità colturali di questa provincia, leader nella produzione del grano duro, del pomodoro da industria e dell’ampia e variopinta offerta ortofrutticola. Primati detenuti da tempo, ma che fino a qualche anno fa non venivano adeguatamente valorizzati. Parlare di “valore aggiunto” da queste parti non ha mai avuto molto senso. Gli agricoltori preferivano raccogliere e consegnare a terzi, accontentandosi dei lauti guadagni di una produzione quasi sempre abbandonante e ben remunerata: se dal mercato o dall’Unione europea attraverso il meccanismo degli aiuti, poco importava.

Dunque un bene che l’Ue oggi sia diventata meno prodiga? A giudicare dallo scatto d’orgoglio che c’è stato quest’anno pare proprio di sì. Nel suo annuale Rapporto sull’economia foggiana l’osservatorio della Camera di commercio segnala il sorpasso dell’agroindustria sull’agroalimentare. La quota di valore aggiunto ha superato la produzione primaria, le aziende agricole sono diventate entità agroindustriali che provvedono in proprio a trasformare il prodotto coltivato a due passi sul campo. Nascono consorzi d’imprese e nuovi capannoni. Una nuova vitalità dal basso coinvolge il tessuto imprenditoriale locale da Nord a Sud della provincia. Zone come quella di Cerignola, patria incontrastata dell’ortofrutta, figurano tra i primi 40 sistemi produttivi locali per settore di specializzazione. Produzioni non più tipiche come l’asparago verde vengono esportate dalla Capitanata in tutto il mondo. Anche i broccoletti, altra specificità tutta locale, conquistano anno dopo anno interessanti quote di mercato in Germania, Paesi bassi e Francia.

Insomma la Capitanata agricola non è più solo grano duro e pomodoro. Il grano anzi sconta una progressiva riduzione delle superfici (-10% all’anno, ma si mantiene sugli 8 milioni di quintali secondo bacino cerealicolo nazionale); sul pomodoro la accomandazione è sempre quella di coltivarne il meno possibile perchè i magazzini sono pieni e bisogna far salire il prezzo oggi ridotto ai minimi termini. Ma non c’è dubbio che la svolta agroindustriale sia stata favorita soprattutto dal mercato di pelati e conserve.

L’arrivo in Capitanata del gruppo “AR” (tra i più forti trasformatori mondiali) ha dato la stura alla nascita di nuove e importanti realtà locali. La cooperativa di produttori agricoli Futuragri ha aperto un anno prima dell’imprenditore campano Antonino Russo e oggi viaggia su una produzione complessiva di 1,5 milioni di quintali. Un altro grande competitor locale è Salvatore Castellano di Cerignola: con la sua Agricast (in fase di amplimanento) ha fissato l’asticella a 1 milione di quintali di prodotto trasformato. Esempi che fanno dire al presidente della Camera di commercio, Eliseo Zanasi, che la strada tracciata era giusta: “L’agroindustria e il turismo sono le nostre linee guida, abbiamo insistito su queste due direttrici, oggi i fatti ci hanno dato ragione”. La componente derivante dai settori della trasformazione alimentare ha raggiunto nel 2009 quota 99,4 milioni di euro con una crescita del 21,6% rispetto all’anno precedente – segnala il Rapporto camerale. Un valore che supera per la prima volta l’ammontare dei beni agricoli ceduti con significativi incrementi nei comparti della lavorazione ortofrutticola, delle bevande, dei prodotti da forno”.

L’export agroalimentare dauno viaggia soprattutto nei mercati europei: Germania, Francia e Spagna assorbono il 60% della merce “made in Daunia”. Gli Stati Uniti (23%) seguono per ora distanziati: ma all’ultimo Euro&Med food, il salone dell’agroalimentare dauno, i buyers venuti da oltreoceano non sono passati inosservati.

Massimo Levantaci

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 20 del 22 maggio 2010, pagg. 10-11-12

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