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Il pasticciaccio della bieticoltura dove sono finiti i soldi del Fondo?

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Il “pasticciaccio brutto” dei bieticoltori pugliesi e di Finbieticola scoppia in Capitanata, nel bacino produttivo che l’Unione europea voleva chiudere. Una richiesta di finanziamento (respinta) per ammodernare gli impianti dello zuccherificio di Termoli fa venire i nodi al pettine. Perché il fondo non solo non eroga, ma ritiene ormai esaurita la sua funzione. E i soldi messi dentro dagli agricoltori (si parla di 250 milioni)? Spariti, o meglio avrebbero preso altre strade.

 

 

La protesta dei bieticoltori

Quali? Lo accerterà la commissione nominata dal ministro per le Politiche agricole su richiesta del Tar del Lazio  la cui sentenza, secondo quanto afferma Coldiretti, individua “precise responsabilità”. Chiedono la verità i bieticoltori di tutta Italia, tra di essi un centinaio di foggiani, che mercoledì scorso hanno manifestato a Bologna per fare luce sul fondo finanziato dai coltivatori del quale oggi pare si siano perse le tracce. Coldiretti accusa i gestori di Finbieticola, oggi ribattezzata “Terrae”, di aver distolto quei finanziamenti pubblici per finalità private. L’organizzazione alza il tiro contro l’ex consorella Confagricoltura e il suo presidente, Federico Vecchioni, a capo pure di Terrae. “Non ci è chiaro il suo ruolo, mi auguro che la commissione accerti compiti e responsabilità”, dice il presidente regionale di Coldiretti Pietro Salcuni.

I sospetti pesano come macigni. Voi di Coldiretti accusate il presidente di un’associazione agricola con la quale avete condiviso tante battaglie, di aver truffato una componente importante del mondo agricolo come i bieticoltori.

“Non lo diciamo noi, è una sentenza del Tar. A volerla dire tutta il tribunale amministrativo si è spinto più il là della sentenza stessa, evidenziando l’aspetto della distrazione non di somme private, come si vuol far credere, ma soldi pubblici dunque con risvolti sia penali che civili abbastanza circostanziati. Il fatto stesso che sia stato il Tar ad aver richiamato il ministero alle sue responsabilità la dice lunga sulle responsabilità in gioco”.

La somma accantonata dagli agricoltori pare sia vicina ai 250 milioni di euro.

“Diciamo anche qualcosa in più. Noi a Bologna abbiamo lanciato un messaggio molto chiaro. La nostra organizzazione rappresenta il 70% dei bieticoltori italiani, chiediamo il massimo del rigore per accertare se ci sono stati errori e chi li ha commessi. Noi vogliamo la verità, gli agricoltori hanno il diritto di sapere come sono stati spesi quei soldi che sono stati accantonati ogni anno da loro stessi come si fa con il salvadanaio”.

Il “casus belli” è la ristrutturazione dello zuccherificio di Termoli che Finbieticola avrebbe dovuto sostenere come da statuto.

“La magagna vien fuori dopo una sottoscrizione presentata dai bieticoltori foggiani che chiedevano una richiesta di aiuto per agevolare la ristrutturazione industriale dello zuccherificio di Termoli. La richiesta venne respinta piuttosto sorprendentemente, non c’erano somme in cassa”.

Ma come è possibile che una società di mutuo soccorso si trasformi in una cassaforte senza controllo di spesa?

“Guardi, noi siamo usciti dal consiglio d’amministrazione di Finbieticola da qualche anno, nel frattempo Finbieticola è stata trasformata in Terrae con lo scopo evidente di cambiarne la naturada pubblica a privata. Ma giova ricordare che il fondo era ed è destinato esclusivamente all’attività bieticola, può essere impiegato per ristrutturazioni a seguito della normativa Ocm. Un fondo nato con i prelievi effettuati negli anni dalle tasche dei bieticoltori per garantire un futuro alla bieticoltura in Italia”.

Oggi chi amministra Terrae?

“Il presidente è Federico Vecchioni, lo stesso di Confagricoltura. La trasfusione di fondi dal pubblico al privato è stata compiuta da questa organizzazione. Le nostre divergenze sono note. Tutto scaturisce dalla vicenda Anb, l’associazione nazionale bieticoltori dalla quale qualche anno fa Coldiretti uscì portandosi dietro il grosso dei produttori che aderirono poi all’Abi che a sua volta a livello locale costituì i Cast. Al tempo l’Anb era composta da Coldiretti e da Confagricoltura, una sigla che dopo la nostra uscita ha perso sostanzialmente di peso e rappresentatività. Ma in questa faccenda il problema è più legato a strategie fatte sulla governance che non hanno nulla a che vedere con il tasso di rappresentatività”.

Confagricoltura sostiene che quei soldi sono di provenienza privata.

“Una difesa ovvia, ma già smontata dai fatti. Che i soldi fossero vincolati non lo dice solo il Tar ma anche l’Avvocatura di Stato. E il Tar inoltre ha obbligato il ministero a emanare un decreto per avviare il recupero dei crediti”.

Che fine avrebbero fatto i 250 milioni?

“In parte investiti in impianti di bioenergia, ma c’è una zona grigia su cui la commissione dovrà fare chiarezza. Una parte s’immagina sia finita in partecipazioni in istituti di credito”.

Massimo Levantaci

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 15 del 10 aprile 2010, pag. 11

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