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Lunga vita ai cibi e i conti tornano

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Con la "sterilizzazione a freddo" la vita dei cibi può essere allungata senza pericoli consentendo ad alcuni "freschi" di raggiungere mercati oggi inaccessibili. Questo permetterebbe ad alcuni produttori di conquistare quote di mercato. Una tecnica di cui sanno tutto proprio in Puglia, a Foggia.

La scommessa sarà far arrivare la mozzarella di bufala fresca come appena lavorata sulla tavola dei consumatori newyorkesi o londinesi. In parte questo già lo fanno alcune aziende del Casertano; ma chi conosce la bufala in purezza, e l’ha assaggiata nella Grande Mela o all’ombra dei pennacchi di Buckingam Palace, non sembra così convinto: molto meglio consumarla sul luogo di provenienza.

Ecco, con la food irradiaton anche il consumatore più scettico (e avveduto) non resterà deluso. Così almeno promettono i ricercatori. Sì, perché la scommessa è soprattutto sulla conservazione dei prodotti freschi. L’ha lanciata l’Istituto zooprofilattico pugliese, con sede a Foggia, in una lettera inviata qualche settimana fa al ministero della Salute.

Il presidente, Giuseppe Valerio, chiede per il suo istituto il riconoscimento di centro di referenza nazionale sull’agroalimentare e la zootecnia. In pratica su tutti gli alimenti sulle tavole dei consumatori.
Va detto che l’istituto è già centro di referenza nazionale sulla radioattività e sull’antrace, si è occupato insomma di emergenze scottanti che hanno fatto il giro del pianeta. Ma da anni coordina gruppi di ricerca specializzati sulla sanificazione degli alimenti e il loro effetto sulla salute dei consumatori. Qualche anno fa è passata di qui anche la Mucca pazza.

Così la Struttura complessa di Chimica, guidata dal professor Eugenio Chiaravalle (lo stesso responsabile del centro di referenza sulla radioattività, leggi l’intervista a fianco), da qualche tempo si è messa sulle tracce dei “cibi irradiati”. Rivelando quello che ai più sembra un po’ come l’uovo di Colombo: la somministrazione di ioni sugli alimenti li preserva da rischi di adulterazione e contaminazione e in più ne allunga la vita commerciale.

Così le insalate confezionate che oggi nel frigorifero non durano più di sei giorni vedranno raddoppiare la loro durata, la carne che va a male ancor prima resisterà alla durata anche di viaggi intercontinentali, alcune specie di frutta non subiranno gli assalti del tempo come accade oggi in Italia. Il nostro paese è infatti tra i pochi in Europa a non aver aggiornato la tabella dei cibi che possono essere trattati con questa tecnica di conservazione. In Germania, Francia e Inghilterra la food irradiation è una pratica usata praticamente su tutto quanto c’è di commestibile.

Molti di questi prodotti già trattati arrivano anche in Italia, ma i consumatori non possono saperlo. E questo è un altro dei punti oscuri sui quali i ricercatori foggiani vogliono fare chiarezza: si parla tanto di etichettatura obbligatoria sulle produzioni agroalimentari (e sembra quasi conclusa favorevolmente la battaglia al Parlamento europeo), ma dall’etichetta rischia di rimanere fuori questa dicitura.

L’Italia infatti irradia solo alcune categorie di prodotti di largo consumo come le spezie e alcuni generi di ortaggi, tipo la cipolla. Retaggio di vecchi timori legati alle epidemie di altri tempi, quando si temeva che le merci venute dalle “Americhe” fossero focolaio di infezioni.
Oggi la sterilizzazione a freddo viene utilizzata soprattutto per allungare la vita commerciale degli alimenti, anche se questa tecnica resta sinonimo di garanzia per la sicurezza del consumatore. Insomma è sorprendente come l’Italia da questo punto di vista sia ancora indietro.

Se il ministero della Salute accoglierà la proposta dell'Istituto zooprofilattico, i ricercatori foggiani procederanno in primo luogo ad allungare la lista dei cibi irradiati. E tra i prodotti che potrebbero trovare subito una collocazione in quell’elenco figurano molte produzioni tipiche locali che oggi per ragioni di conservazione non possono superare le Dolomiti.

Sarebbe anche un forte impulso all’esportazione dell’agroalimentare dauno e pugliese, la spina dorsale dello sviluppo regionale come attestano le rilevazioni su base annua nazionali. In base ai dati diffusi dall’Istituto per il Commercio estero nel 2009 le esportazioni di derrate alimentari dalla Puglia hanno subito una contrazione del 16% un dato ben al di sotto la media nazionale che supera il 20%.

Ma c’è dell’altro. Le ricerche condotte dall’istituto zooprofilattico pugliese sono arrivate alla conclusione che il livello dei cibi irradiati oggi in Europa è troppo basso (10 chilogrey) rispetto alla soglia consentita che per alcuni alimenti, tipo la carne, può essere tranquillamente triplicata come accade ad esempio per la merce d’importazione proveniente dall’Argentina. Una tecnica che se trovasse conferma potrebbe rivoluzionare la logistica delle produzioni e le abitudini alimentari di milioni di consumatori.

Massimo Levantaci

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 12 del 27 marzo 2010, pagg. 10-11

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