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Per il pomodoro la miopia della Capitanata

L’oro rosso di Puglia s’inabissa. Sprofondano le quotazioni per la sovraproduzione che deprezza il prodotto e per i costi diretti che mandano in affanno gli agricoltori dauni. Scende il prezzo, sale il costo (l’acqua per irrigazione in Puglia costa tre volte in più che in Emilia Romagna). C’è chi crede ancora nel prodotto e non abbandona il campo e chi suggerisce di strutturare meglio il comparto con la creazione di un Distretto.

Ci mancava solo il lepidottero. Un intraprendente, velenoso, devastante parassita piovuto dal Sudamerica che annuncia tra suoni di fanfare la sua prossima  invasione dei campi di pomodoro della Capitanata. Gli agricoltori sono nel panico: siamo alla vigilia delle semine e loro non sanno più a quale santo votarsi. Tra  industrie che pagano sempre meno il prodotto raccolto, crisi di mercato, aumento sproporzionato dei costi di produzione, il parassita sudamericano potrà dare il colpo di grazia? Gli studiosi accorsi al capezzale di questa nuova emergenza s’interrogano dubbiosi, non siamo davanti a un altro rischio-virosi (il virus che  sterminò il pomodoro in Campania negli anni ’70), ma i pericoli non mancano. Eppure, statene certi, tutto questo non basterà a scoraggiare i produttori di “oro
rosso” della food valley dauna. Il business tira ancora, nonostante gli assalti alla diligenza, e finché la barca va...

Il pomodoro da industria in Capitanata fattura qualcosa come 300 milioni di euro. Ed è una stima considerata al ribasso che non tiene conto cioè dei molti rivoli che sfuggono al controllo: dai contratti capestro alle vendite sottobanco, non si può dire che la materia sia regolata da ferree regole di mercato. Anche quest’anno nessuno si straccerà le vesti se l’accordo interprofessionale fra produttori e industrie di trasformazione non verrà firmato. Troppo basse le tariffe imposte dalle industrie conserviere: 70 euro al quintale per il pomodoro lungo, 80 euro per il tondo. Per i produttori, che già si lamentavano dei prezzi di un anno fa (80-90), sono cifre da bancarotta allora meglio andare sul mercato libero. Insomma la stagione delle semine (aprile) comincia fra incognite molto più minacciose che in passato e l’ennesimo invito (inascoltato) rivolto agli agricoltori a non coltivare più prodotto del dovuto, unica arma per spuntare prezzi più alti dalle industrie conserviere. La campagna appena cominciata quasi certamente determinerà cambiamenti fondamentali per le stagioni future. Siamo, infatti, alla vigilia di una svolta epocale: gli aiuti comunitari sono finiti, dal prossimo anno Bruxelles non farà più sovvenzioni alla produzione.

Oggi l’agricoltore intasca un premio (sia pur ridotto rispetto a un anno fa) di circa 1000 euro a ettaro a titolo di contributo “fedeltà” per le vecchie annate agrarie, più altri 1000 euro di aiuti er la produzione in corso. Con questa mole di incentivi, come si fa a invitare gli agricoltori ad astenersi dal produrre?
La quantità poi deriva da un altro ragionamento. Del resto perché un ettaro di pomodoro sia remunerativo deve garantire un raccolto di almeno 800 quintali. Per cui gli agricoltori – stretti fra l’incudine delle industrie che giocano al ribasso e il martello dei costi in costante lievitazione – finora hanno creduto che produrre
sempre di più avrebbe comunque pagato. Tanto paga c’è sempre l’ammortizzatore europeo ad attenuare le cadute. C’è da star certi pertanto che lo faranno anche quest’anno a maggior ragione proprio perché è l’ultimo. Così le previsioni di raccolta indicano livelli ben al di sopra dei 20 milioni di quintali, ben al di sopra della soglia di competitività stabilita dalle associazioni dei produttori. Dunque anche stavolta, salvo improvvise carenze di magazzino, il pomodoro in Capitanata verrà venduto a prezzi di saldo.

“Purtroppo non abbiamo la sensazione che la produzione quest’anno diminuirà, anche se noi continuiamo a invitare gli agricoltori a non fare il gioco delle  industrie”, conferma Giuseppe Grasso, direttore generale di Apo Foggia. Come si vede le industrie hanno le loro buone ragioni per giocare al ribasso. “Abbiamo i  magazzini pieni di merce invenduta – si giustificano – se tutto va bene il pomodoro della campagna 2010 lo cominceremo a vendere a novembre”, spiegano all’Anicav, l’organizzazione di categoria alla quale aderiscono quasi tutte le industrie conserviere. Perciò ben venga una regolamentazione seria del settore anche  a costo di qualche doloroso taglio.

La linea sembra tracciata: dal prossimo anno spazio solo a chi produce per il mercato. Per la Capitanata un’opportunità, oppure un rischio grosso dipende dai punti di vista. Quello che è ancora il principale bacino europeo del pomodoro, viene incalzato dall’Emilia Romagna che già oggi si attesta intorno ai 12-15 milioni di quintali. Gli agricoltori foggiani parlano però di confronto impari. A cominciare dal prezzo dell’acqua (vedi box a fianco) che in Emilia Romagna costa la metà di quanto viene pagata in Puglia. E in una congiuntura economica già sfavorevole in cui i prezzi di concimi e fertilizzanti sono aumentati del 60% negli ultimi due anni, diventa molto difficile per l’agricoltura meridionale produrre secondo criteri di economicità.

Ma la sfida è lanciata. Dimostra di crederci nel distretto foggiano un “drago” del pelato come Antonino Russo, il più importante trasformatore di pomodori che un anno fa ha aperto alle porte di Foggia uno stabilimento che produce il 10% del pomodoro da industria in circolazione. Per stemperare il clima Russo ha fatto una proposta agli agricoltori: 72 euro al quintale per il tondo, 82 per il lungo. Due euro in più di guadagno netto, non è molto ma dal suo punto di vista vale il gesto. In fondo da quando c’è lui in Capitanata gli agricoltori hanno compreso che la partita del pomodoro ormai si gioca in Capitanata e che le industrie di trasformazione campane, ormai quasi tutte obsolete, non possono permettersi di sopportare pure i costi di trasporto.

Puntare sul distretto del pelato al Sud a dispetto della crisi e dei costi (maggiorati) di trasformazione è un impegno gravoso che Russo rilancia senza lesinare critiche alle Regione colpevole di “far pagare l’acqua agli agricoltori senza alcuna agevolazione”. Come dire che se proprio c’è qualcuno che dovrà limare le spese  per aiutare la produzione, l’obiettivo va cercato altrove.

Massimo Levantaci

Ulteriori approfondimenti su "La Gazzetta dell'Economia" num. 11 del 20 marzo 2010, pagg. 2-3

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